HOMETEATRO

Alla ricerca dello Shakespeare più vero con l’Amleto annascunuto

L’Amleto annascunuto chiude la XV edizione di Teatro alla Deriva (al Giardino), con la direzione artistica di Giovanni Meola.

In un momento così difficile per Pozzuoli, con migliaia di sfollati e centinaia di case inagibili, il teatro, con la sua capacità di far riflettere, sa essere ancora e di più casa e rifugio.

Luogo di accoglienza, come nel caso del Giardino dell’Orco, con i suoi alberi, i tavolini e i chioschetti. Spazio di aggregazione, dove incontrare gatti vagabondi; galline felici, che è possibile adottare; bianconigli e caprette. Un posto incantato, dal suggestivo skyline, dove l’essere umano può riconciliarsi, forse, con la Natura.Lo spettacolo che chiude la rassegna è basato proprio su un dilemma etico.

L’Amleto annascunuto è tratto dal primo atto di Amleto, prencepe de Danemarca di Antonio Piccolo, con la regia di Mario Autore, che è anche in scena assieme a Domenico Pinelli, Melissa Di Genova e Giuseppe Cerrone.

Un’opera che riscrive la famosa tragedia shakespeariana secondo i canoni della farsa napoletana.

Il titolo rappresenta uno slogan davvero efficace – spiega il regista -. Sull’Amleto si moltiplica una serie di letture e ognuno tenta di darne una definitiva, ma il senso ultimo continua a nascondersi. Forse perchè Amleto è sì un personaggio, ma dà anche il nome a tutta la tragedia, che contempla tanto altro e tanti altri personaggi. Nel nostro lavoro, Amleto è prepotentemente presente, ma al contempo si nasconde. Questa alternanza di consapevolezze ci ha guidato nel trasformare un lavoro di residenza in uno spettacolo autoconclusivo“.

Gli attori parlano una miscellanea di idiomi del Sud: napoletano, avellinese  ciociaro, forse un tocco di calabrese.

Non si tratta di un Napoletano puro, bensi ibridato, attraverso varie epoche e vari influssi – spiega il regista e attore. Ho chiesto a ogni attore di scegliere la propria cadenza. Per esempio Melissa, che interpreta uno dei soldati, è originaria di Montella, nella provincia avellinese, e le ho chiesto di richiamare la calata tipica del posto. C’e un lavoro molto attento sulla lingua, che riguarda anche la caratterizzazione dei personaggi, ma mai in maniera eccessiva“.

Il commento musicale è azzeccatissimo: classiche tammurriate struggenti, la sceneggiata, le guarrattelle , Pino Daniele, ma anche l’accompagnamento malinconico della chitarra classica e della fisarmonica a bocca.

Per quanto riguarda la musica  – continua Mario –  sono un regista la cui interpretazione si mette al servizio del testo. In questo caso, io avevo due aspetti da problematizzare. Da una parte Shakespeare: quindi tutta la tradizione shakesperiana. Dall’altra il napoletano, o quantomeno un certo tipo di napoletano, nonchè il rapporto da avere con questa traduzione effettuata da Antonio e sul come metterla in scena.  La soluzione che ho trovato è stata considerare il napoletano come la base, il dispositivo estetico,  di tutto lo spettacolo. Ho considerato tutte le forme della cultura partenopea: le guarrattelle, un po’ di sceneggiata, il teatro di Eduardo, e l’ho fatto anche a livello musicale. Ho attinto a varie espressioni della musica partenopea lo: Stabat Mater di Pergolesi, la musica barocca, la musica che Antonio Sinagra ha composto per l’adattamento de La tempesta perfetta shakesperiana, proposta da Eduardo De Filippo. Ma anche Pino Daniele e una tammurriata classica”.

I personaggi possiedono tutta la saggezza e l’ironia dolente della cultura partenopea, ma Shakespeare si nasconde a ogni angolo, anche tra le pieghe dei frizzi e dei lazzi di Laerte, che con il suo fare canzonatorio parrebbe, a tratti, richiamare il personaggio di Mercuzio.

La caratterizzazione dei personaggi – evidenzia Autore – contempla ben poco sentimenti come la rabbia. Se Amleto è arrabbiato, lo è soprattutto con sè stesso. A dargli le sembianze Domenico Pinelli, un attore di grande talento, magnifico interprete di un certo tipo di teatro napoletano di tradizione. Domenico ha come modello Eduardo: quindi alcuni personaggi e situazioni sono filtrati da  taluni stilemi del teatro partenopeo, dove la rabbia non è un sentimento predominante. Amleto è chiuso in sè stesso ed è sicuramente riflessivo, ma anche molto ironico e autoironico. La prospettiva è drammatica, ma non per questo pesante. Il taglio che abbiamo dato al nostro lavoro non arriva al momento della tragedia conclamata. Si ferma sul ciglio del dubbio”.

Tante le trovate sceniche davvero azzeccate: lo spirito del re padre, ingannato e avvelenato, è reso attraverso l’utilizzo di un burattino, che incarna la figura tradizionale dello scheletro. Emblema dell’eterna lotta tra il bene e il male; di un destino inevitabile, anche per i più potenti (e, vedremo, per i prepotenti); strumento affidato nelle sapienti mani dell’ironia popolare ,per esorcizzare la paura della morte.

Lo stesso teschio, a cui Amleto rivolgerà domande spinose sul senso dell’esistenza.

Ma anche quel teschio che ritroviamo nel culto atavico delle capuzzelle partenopee.

Anime pezzentelle, perchè di pari livello sociale, ma anche perchè chi perde i propri cari ha l’anima a pezzi. Si riduce a un pezzente, perchè non ha più nulla che conti davvero.

Ci sono tante citazioni trasversali: riferite a Totò, a Massimo Trosi, a Eduardo.

Pirandellianamente il teatro, che dovrebbe portare in scena una finzione, si rivela il luogo dell’aletheia, della verità, in grado di sollevare il velo.

Gli attori e i burattini, al pari dei Sei personaggi in cerca di autore, sono meno reali, ma più veri.

Un finale di rassegna entusiasmante, con protagonisti intensi e autentici, che conferiscono a questo Amleto un vero e proprio upgrade di autenticità.

Tutte le operazioni compiute – rimarca il regista – lo sono state per rimanere fedeli al testo shakespeariano, che poi è quello che penso abbia fatto anche Antonio Piccolo, cioè utilizzare la lingua napoletana, che un idioma molto poetico e musicale, per restituire un testo che non è, alla fine, qualcosa di diverso da Shakespeare, e nemmeno uno Shakespeare napoletanizzato, bensì è uno Shakespeare  molto più vicino all’originale rispetto a tante traduzioni in italiano“.

Ph. Davide Russo

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