Con Amore positivo Alessio Palumbo che ne è autore, attore e ne arrangia anche le musiche porta al teatro Serra – in team con La Nuova Comune che lo produce – un’opera di teatro civile e sociale, destinato a risvegliare le coscienze.
In questo momento – racconta – sto lavorando,assieme ad altri operatori, a un progetto in carcere. Le maggiori difficoltà sono legate, sicuramente, all’eccessiva burocrazia in ingresso e ai tanti vincoli esistenti che non ci consentono di assicurare una continuità progettuale“.
A ostacolare la possibilità di una comunicazione autentica tra il dentro e il fuori, rifacendosi alle parole di Palumbo, sussiste una difficoltà di ordine culturale: quella di far entrare nella testa del pubblico l’idea che le persone recluse abbiano qualcosa da raccontare e lo possano fare in maniera artistica e riscattare così la propria esistenza.
Non abbiamo la pretesa – ribadisce l’autore e attore – di salvare nessuno, ma vorremmo piantare dei semi che possano eventualmente germogliare nelle scelte del dopo dei nostri interlocutori“.
Richiamando le parole di Alessio, per le persone detenute quest’operazione teatrale diventa un modo per far sentire la propria voce all’esterno, per essere ascoltate e farlo attraverso un linguaggio che la gente possa riconoscere. Per  riuscire a creare una strada che metta in contatto i mondi; per abbattere i muri del pregiudizio e dello stereotipo.
In amore positivo Alessio vuole raccontare un pezzo, un frammento tagliente, di vita.
A me piace il teatro vero – sottolinea – che ti restituisce una verità che si può incontrare solo vivendo“.
Lo spettacolo nasce da una monologo breve, con cui Alessio Palumbo è risultato finalista al premio Serra-Campi Flegrei.
Per trasfornare il monologo in uno spettacolo compiuto – spiega – ho studiato. Ho letto una serie di testi che avevano a che fare con l’HIV, ma anche con la sofferenza e l’empatia, nonché con il concetto di abilismo“.
La costruzione narrativa è passata anche attraverso l’ascolto di storie di vita vera, che lui ha raccolto , per esempio, presso il reparto di infettivologia dell’ospedale Ruggi D’Aragona.
In questo modo – evidenzia – ho arricchito la storia. A ben pensarci, mi sono limitato ad unire i punti che delineano il percorso tracciato da una società della performance. La mia è stata un’operazione che ha mixato studio e ascolto attivo“.
Rifacendosi alle sue parole, la piece racconta – in maniera diretta e senza elucubrazioni concettuali – di un uomo che sperimenta liberamente la propria sessualità,  ma non lo fa soddisfacendo un desiderio sano, bensì cercando di colmare vuoti esistenziali. Una ricerca che diviene compulsiva.
Esiste una stretta correlazione – evidenzia –  tra i ritmi compulsivi di questa società della performance che rispondono a precise aspettative e pressioni sociali e le spirali tracciate dalla compulsività sessuale“.
Nonostante tutto, il protagonista non si autoaccusa. Non si condanna. Non si sente mai sbagliato o in colpa. Non rinnega il suo modo di essere e continua ad affermare sè stesso. Semmai comprende ed evolve.
Il mio personaggio si aggrappa a una sessualità compulsiva per non sentire il vuoto che si allarga dentro di lui. Per sopravvivere. È verace. Nasce dalla Napoli popolare“.
Palumbo spiega come risulti utile alternare i toni narrativi e stilistici proprio perché il teatro rappresenta la vita in tutte le sue sfaccettature: quindi anche la leggerezza.
Sono ricorso – rimarca – a un’alternanza di toni e di stili per creare nel pubblico un processo di immedesimazione e innescare l’empatia. Per dare un boost di attenzione, senza appesantire. Altrimenti avrei rischiato di ottenere una reazione di fuga e di evitamento. Ho utilizzato alcuni toni tipici della stand up comedy, per dare momenti di respiro al pubblico“.
Il risultato è una storia che sbugiarda stereotipi e pregiuduzi. Li decostruisce con l’arma dell’ironia e della logica. Ci restituisce alla nostra comune umanità e fragilità, dove non ci sono corpi malati che misurano le abilità di quelli sani. Sostituisce l’etica alla morale e al moralismo. È autentica, intensa, pensante, disperata e accorata. A tratti feroce.
A corredare la rappresentazione, la mostra a cura dell’associazione I conigli bianchi, che vuole destigmatizzare la malattia attraverso una corretta informazione, che si traduce in slogan e immagini.
A scorticare l’anima le poesie di  Ilenia A. Sicignano. 
Ph. Simona Pasquale