HOMETEATRO

Come un pesce sulla terra: un percorso tra morte, memoria e rinascita possibile

Come un pesce sulla terra è il lavoro teatrale realizzato da Marta Cellamare, con la regia di Riccardo Pisani.

Marta si dedica inizialmente a reperire il materiale drammaturgico attraverso i diari di Niclav: è un lavoro minuzioso e appassionato di scavo, di selezione, di analisi. Poi Riccardo ne cuce insieme i segmenti.

L’esperienza dichiaratamente autobiografica di Marta relativa all’elaborazione del lutto – in seguito a una separazione brusca e prematura – si fonde e dialoga con quella di Vaclav Nijinsky, un ballerino russo.

A unirli è il dolore e il senso di incredulità. Vaclav nei suoi diari racconta di come la terra sia in uno stato di sofferenza e di degenerazione. È diventata un ambiente inospitale, ostile e alieno, dove lui si sente  soffocare e boccheggia.

È la stessa sensazione che attanaglia Marta… I due comunicano attraverso la forma diaristica e così si rispecchiano e si riconoscono attraverso lo spazio e il tempo.

Quella di Vaclav Nijinsky una figura storica forte e carismatica – spiega Marta – che suscita sentimenti contrastanti di amore e di odio. E’ altresì una figura profetica: un passo del suo diario, infatti, evidenzia che la terra andrà in putrefazione perché gli esseri umani sprecano e abusano delle risorse. Proprio per questo Vaclav si presenta come un possibile salvatore “.

Nijinsky fu sottoposto a diverse manicomializzazioni per schizofrenia,  nevrosi, psicosi, dissociazioni di personalità. Come già Antonio Ligabue, Nijinsky non associa se stesso agli esseri umani, ma ad altre forme vitali, in particolar modo agli animali.

Il suo rapporto con ciò che lo circonda è intenso, viscerale animale, profondamente fisico. Vive una sorta di scollamento tra sé  e ció che lo circonda.

Da questo lavoro di analisi e confronto nasce un testo adattabile sin da subito alla scena, in cui c’è molta ricerca sul corpo, sulla voce, sulla sonorità e in cui dialogano, all’insegna della contaminazione, musiche classiche  come quella di Debussy, e note contemporanee.

Lo spettacolo ha una struttura organizzata in articolazioni, in quadri,  e in essa si intrecciano in maniera fluida la parte musicale e quella testuale, dando vita a una sorta di balletto coreografato. Un costante dialogo alla ricerca di senso, che si muove tra le parole e il medium corporeo.   

C’è una ricerca consapevole – ribadisce Cellammare – dei punti di contatto e di quelli di contrasto, di attrito, dato che i diari di Nijinsky sono trasposti in un’altra epoca. I diari di per sé sono lo scrigno della memoria, del vissuto e la rappresentazione possiede un’intrinseca ritmicità e una forte metrica“.

E’ una storia di contrasti e di contraddizioni portate in scena, dato che il personaggio vive in una dimensione oniroide, dove si sente intrappolato come in una teca.

Il dialogo tra queste due identità si esprime proprio attraverso lo spettacolo teatrale che ha esordito a Napoli e poi è approdato a Bologna – con il tutoraggio artistico e il supporto tecnico dei Cantieri Meticci. Il debutto a livello nazionale è avvenuto nella rassegna Overground al Teatro Palladium di Roma.

Marta incarna un’Antigone contemporanea, che si presenta al pubblico quando la sua tragedia personale si è già consumata.
Si mostra al pubblico senza filtri e barriere emotive. Nuda. Una ragazza di 29 anni che ha attraversato con dolore e tenacia le varie fasi del lutto per la morte del fratellino più piccolo.


Ringrazia subito tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione dello spettacolo e che pure in quel momento non sono presenti. Nonostante quest’assenza fisica la loro aura – attraverso il loro lavoro, la professionalità e la loro passione si avverte forte.


La rappresentazione diviene un modo per mantenere viva la memoria di chi non c’è più, ma la cui presenza si respira forte.  È uno spettacolo per parlare di chi è andato via, ma ogni vibrazione è diretta a chi resta, affinchè gli sia di consolazione.

Lo strumento del diario –  sottolinea l’autrice e attrice – serve a eternare, attraverso il segno scritto, una realtà di per sé transeunte e caduca, mortale, rendendola indelebile. Marta e Vaclav, attraverso lo strumento dei loro diari, forniscono la loro lettura della realtà e instaurano un dialogo attraverso lo spazio e il tempo che li avvicina, creando un legame di fratellanza nello spirito, animati dalle medesime vibrazioni“.


La struttura scenica si è evoluta nel tempo. Marta, grazie al ricorso ad alcune videoproiezioni, ha ricreato sul palco un acquario tridimensionale in espansione, la cui acqua bagna il fondale e il pavimento. 

Ho cercato – racconta – di tessere le trame di una narrazione, di trovare un filo conduttore, in maniera tale che il pubblico potesse seguire, con cognizione di causa, il mio viaggio interiore, dal valore altamente evocativo“.


Simbolici sono gli oggetti che Marta utilizza in scena. In particolar modo, un grande telo di plastica dal colore lattiginoso. Un oggetto dal valore totalmente residuale, che lei trasforma in tante altre cose.

Innanzitutto, possiede la perlescenza e la consistenza di un fantasma:  incarna una presenza-assenza:  quel bambino di otto anni che ormai non c’è più.

Nella fase finale della rappresentazione diventa una placenta. Un’incubatrice dalla quale Marta emerge, trasformandolo poi in una lunghissima gonna di un abito da sposa. Un simbolo della circolarità tra vita e morte. Un momento di possibile rinascita attraverso l’amore per Marta.

Sul palco, intanto, attraverso il voiceover, risuonano le parole di Vaclav: ” […] Io sono sempre in te. Sono sempre in te. Io amo sempre te. Io voglio amor per te. […]  Io ti amo sempre, io voglio amare sempre. Io voglio il bene tuo.  […] Io sono sempre, sempre, sempre, sempre“.

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