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Con l’associazione Maria Malibran l’inclusione si fa azione sul palco

Un romanzo di Clare Calman ci ricorda che – se non gli si dà sostanza – l’amore è e rimane solo una parola.

Proprio affinchè il processo inclusivo – che si sostanzia di amore, cura e valorizzazione per la persona a tutto tondo –  non resti una parola vuota, di più una lettera morta, l’associazione Maria Malibran propone esperienze concrete che nutrono il processo creativo promuovendo un dialogo intergenerazionale, di esperienze e di linguaggi. Un ponte teso tra passato e futuro, tra il mondo accademico e quello professionale, tra palco e platea.
In un Paese che spesso si rivela non per giovani, l’associazione cerca di fornire reali opportunità proprio a loro, ma anche a coloro, che pur non essendolo più a livello anagrafico, sta muovendo i primi passi in un mondo con coraggio, un talento in boccio e determinazione.
E un bocciolo – delicato e resiliente – era anche Maria Callas, protagonista di un’opera portata in scena nell’ambito del progetto, “Ma L’Amor Mio Non Muore, La Vera Storia di Maria Callas”, liberamente ispirato al libro di Renzo Allegri con testo di Monsignor Doriano Vincenzo De Luca.
Anche la sua vita è sospesa tra scena e retroscena, animata da passione, determinazione, talento senza eguali e disciplina ferrea. Ma parimenti tormentata dallo spettro di solitudine e abbandono.
Ora lasciamo la parolòa a Raffaella Ambrosino, alla guida dell’associazione Maria Malibran.
D. Il fil rouge del vostro operato che si ritrova anche nel nome di alcuni spettacoli è l’inclusione dei professionisti dello spettacolo da una parte e degli aspiranti tali e del pubblico dall’altra. C’e un potenziale decalogo di buone pratiche? 
R. Il filo conduttore del nostro operato è proprio l’inclusione intesa come dialogo tra generazioni, esperienze e linguaggi. Nei nostri progetti convivono professionisti affermati, giovani artisti in formazione e un pubblico che non è mai semplice spettatore, ma parte viva del processo creativo. Crediamo che la crescita artistica e umana nasca dal confronto e dalla condivisione, e per questo ogni iniziativa di AMI e dell’Associazione Maria Malibran è pensata come uno spazio aperto, dove il talento può incontrare l’esperienza e l’entusiasmo può trasformarsi in competenza. Se volessimo sintetizzare questo approccio in un “decalogo di buone pratiche”, potremmo dire che si fonda su valori come: ascolto, collaborazione, rispetto, meritocrazia, formazione continua, valorizzazione delle diversità, ricerca artistica, radicamento nel territorio, sostegno ai giovani e dialogo con il pubblico. Sono i principi che guidano ogni nostro progetto e che ci spingono a costruire ponti tra passato e futuro, tra il mondo accademico e quello professionale, tra palco e platea.
D. C’è un processo di selezione dei partecipanti under 35?
R. Sicuramente molti dei bandi del Ministero cui partecipiamo, ma non solo, ci richiedono che il personale artistico e tecnico sia under 35 e per questo lavoriamo con e per i giovani, ma noi siamo affianco a chi merita e a chi ha talento e se scopriamo talenti che abbiano anche oltre i 35 anni non chiudiamo nessuna porta, perchè questo è il vero senso dell’inclusione
D. La storia di Maria Callas è una storia di talento e dolore. In che modo le opere musicali dialogano con il libro da una parte e con la vita vera della Callas dall’altra?

R. Maria Callas è stata un’artista che ha trasformato il canto in verità scenica. La sua vita è segnata da un talento fuori dal comune, da una disciplina ferrea e da una costante tensione verso la perfezione, ma anche da una profonda solitudine e da un bisogno d’amore che attraversa tutta la sua esistenza. Il testo di Doriano Vincenzo De Luca e le opere musicali dialogano con il libro e con la sua vita perché ne riflettono i sentimenti più intimi: l’abbandono, la passione, la determinazione, il coraggio di essere se stessa anche quando questo significava pagare un prezzo altissimo. Ogni aria scelta diventa un frammento di lei, un modo per restituire la voce alla donna oltre la diva. La musica, così, diventa un ponte tra l’arte e la verità: non illustra la sua storia, ma la fa rivivere. E in questo incontro tra la parola e il suono, Maria Callas continua a parlarci con quella forza disarmante che solo le anime davvero grandi possiedono.

D. La parola inclusione ha il suo peso specifico. Quali sono le criticità che avete dovuto superare per tradurre la teoria in pratica quotidiana e prospettica?

R. Per noi l’inclusione non è uno slogan, ma un impegno quotidiano fatto di ascolto e coerenza. La sfida più grande è stata quella di unire professionisti, giovani artisti e pubblico in una pratica reale e costante. Le difficoltà riguardano spesso la convivenza di tempi, linguaggi e aspettative diverse: accompagnare i giovani nella crescita, mantenendo vivo l’entusiasmo dei professionisti, e costruire un pubblico partecipe richiede tempo e fiducia. Insomma, si parla tanto di inclusione, ma in molti contesti ancora si è rigidi e non pronti , per noi inclusione non vuol dire “compassione” ma vuol dire apertura.

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