In entrambe le fasi della mia vita in cui mi sono avvicinata al buddismo, definito dei desideri terreni o di Nichiren Daishonin, venivo da una forte sofferenza sentimentale e relazionale che mi aveva lasciata spaesata e con un senso di forte inadeguatezza. Sentivo di essere responsabile di un’occasione  mancata o per meglio dire sprecata. La prima volta mi portò con sè a una riunione la coordinatrice di un progetto sociale in cui ero convolta come coadiuvante al sostegno scolastico in un’educativa territoriale, dicendomi di intenderlo, di primo acchitto, come una sorta di pensiero positivo che avrebbe potuto portarmi a guardare gli eventi, anche quelli apportatori di sofferenza, in un’ottica diversa, illuminandoli. La seconda volta, ero a una cena di beneficenza nel bresciano, in cui avrei douto parlare dei diritti delle persone con disabilità: mi si avvicinò Numa Palmer, cantante ed ambasciatrice Unicef, e cominciammo a parlare nturalmente della cosa, tra passato, presente e futuro.
Quello che mi ha sempre colpito molto è come, attraverso questo trait d’union, gli esseri umani si avvicinino spontaneamente gli un aglialtri con un animo volto all’accoglienza, anche se, all’inizio del percorso, si è sostanzialmente estranei. Un animo aoerto all’ascolto, all’interesse autentico verso la vita e il benessere dell’altro che rende pronti al supporto. Mi ha colpito come ogni praticante, nonostante le innumerevoli difficoltà, di cui la vita di ogni essere umano è piena, tra cadute e alterni tentativi, tenti con tenacia di andare verso l’auto-miglioramento.
Mi colpì il fatto che Numa mi dicesse che non dovevo cercare un mezzo, una strada, per aumentare la mia soglia di sopportazione, bensì dovevo intendere questo percorso come uno strumento per affrontare i problemi e liberarmi più velocemente dell difficoltà e degli ostacoli, perchè lo scopo di ognuno di noi è essere felice. Dopodichè si adoperò per il mio benessere, cercando un gruppo nella mia zona che mi agevolasse anche logisticamente per farmi partecipare alle attività settimanali e periodiche. Fondamentalmente questo tipo di buddismo non rimanda la possibilità di essere felici ad un dopo indeterminato, mortificando l’oggi, ma sprona ad impegnarsi per essere liberi, felici ed illuminati sin da subito. Non si affida ad un elemento trascendente, ma alle potenzialità insite in ognuno di noi che devono essere liberate ed esprese pienamente. Affida l’evoluzione alla determinazione, alla pratica, con una componente di fiducia ed affidamento, e allo studio. Questo mi ha sempre ricordato la filosofia di Sant’Agostino “Credo per capire, capisco per credere”. Non si tratta di una magia: non basta recitare. Recitare serve a “pulire lo specchio della propria vita”, a innalzare lo stato vitale, ad avere pensieri più chiari e a essere più propositivi: poi è necessario agire, facendo i conti con i propri demoni, le proprie fragilità, le incertezze e le paure, affrontandoli. Potremmo riassumere il tutto con la battuta di un film: “Le cose non cambiano mai, cambiamo noi”. In realtà, di fondo, dunque, non si modificano le condizioni esterne, anzi non necessariamente, ma il nostro modo di porci e affrontarle e circolarmente questo produrrà effetti sulla realtà stessa. In effetti anche la psicologia ci dice che lo stress percepito (che tra l’altro si divide in distress da apatia o da iperattività ed eustress) non dipende in maniera diretta dalle situazioni esterne, cioè dagli stressor operanti, ma dalla nostra interpretazione soggettiva e quindi da come fronteggiamo le situazioni, che non è detto siano necessariamente facili o difficili, semplici o complesse
E’ molto propositivivo il rapporto con il senso della propria vita: “Non dimenticare che il successo appartiene a coloro che lottano giorno per giorno, minuto per minuto…”. Ma anche che non è utile nè necessario guardare al passato, crogiolondosi o macerandosi in esso, nelle sue pastoie e legacci, ma che la propria vita può essere cambiata da subito, da quel preciso momento in poi, secondo la legge di causa-effetto (se metti buone cause avrai buoni effetti, con alcuni benefici immediati e manifesti e alcuni nascosti che sono come buoni semi che stai piantando). Il karma, poi, non è un destino ineluttabile e deterministico, bensì quelle che la psicologia definisce convinzioni autolimitanti, delle convinzioni che ci portano a ricorrere sempre a determinati copioni quasi già scritti, a certi automatismi e schematismi che finiscono per boicottare la nostra riuscita e la nostra serenità. Se, con una profonda determinazione e consapevolezza, lavoriamo su queste reazioni, cioè sul nostro Karma, il nostro presente e il nostro futuro cambieranno. Non dobbiamo farlo, però, perchè ci sentiamo o ci fanno sentire sbagliati: ognuno è perfetto a suo modo . Ma perchè quell’atteggiamrnto ci provoca sofferenza e vogliamo modificarlo per stare meglio. Siamo sempre e solo noi a sentire che è ora di cambiare e a scegliere una nuova strada, per diventare più “solidi”.
Poi c’è il rapporto con la sofferenza. L’idea che ogni condizione individuale possa avere una valenza e uno scopo collettivi, diventando una missione, cioè uno strumento per essere di supporto agli altri, mostrando concretamente la possibilità di essere sempre e comunque felici in ogni situazione contingente. Balsamo per l’anima questo concetto: il mare della sofferenza è inevitabile, al di là di come esso si configuri, ma può essere attraversato, con uno spirito forte, battagliero, propositivo, trasformando “il veleno in medicina” e quindi anche la più grande sofferenza in un’opportunità di crescita e di evoluzione.
Un passo, infine, che amo particolarmente e che parafraso “Ogni inverno, anche il più lungo ed apparentemente interminabile, si trasforma sempre in primavera”.

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