HOMETEATRO

Eterno ripetersi banale: al Tram uno spettacolo originale, divertente e leggero

Eterno ripetersi banale. E’ questo il titolo dello spettacolo in scena al teatro Tram venerdì 5 e sabato 6 dicembre. Il testo è di Leonardo Ceccanti. La regia di Matteo Ceccantini. Sul palco Matteo Risaliti, Matteo Ceccantini e lo stesso Ceccanti. Suoni a cura di di Eugenio Domenici.

Lo spettacolo ha vinto il Premio LiNUTILE del Teatro 2024 (Padova) e il Festival INVENTARIA 2024 (Roma).

Un percorso narrativo molto divertente e originale, fresco, leggero, “giovane” che, con tentativi consapevoli e tenaci, indaga la possibilità di gestire i propri processi creativi e, più in generale, le proprie scelte esistenziali.

La scena è percorsa da una tensione costante in bilico tra la banale ripetitività e la ricerca di un’unicità che ci contraddistingua di fronte alla crisi di significato, al “nulla”, da cui siamo circondati.

Un filo teso tra una snervante ricerca dell’innovazione, che implica anche l’assunzione di un’alea di rischio; della cifra stilistica distintiva e il bisogno di radicamento, di sentirsi parte di un gruppo; di non essere un outsider; di essere simili a qualcosa o qualcuno. Di appartenergli. Per sentirci tranquilli, riconosciuti e accettati.

Forse a fare la differenza è l’avere qualcosa da dire di autentico e sincero, e farlo a modo proprio, pur replicando strumenti e linguaggi già noti.

L’apporto del pubblico è fondamentale. Gli attori tendono una mano agli astanti, consapevoli della loro presenza, per invitarli a esprimere il proprio peculiare punto di vista. La platea delinea possibili virate di senso, in uno spettacolo che si compone di tante domande ma, allo stesso tempo, di poche risposte.

La chiave d’accesso ai temi trattati è costituita dalla leggerezza. Una spinta che – all’insegna della semplicità – dribbla il rischio scivoloso di risultare banali o approssimativi, sdrammatizzando le insidie con un sorriso.

Ora lasciamo la parola a Leonardo Ceccanti.

L’INTERVISTA

D. La nostra è una società omologante. È ancora possibile inventare qualcosa di nuovo che non sia la brutta copia di e trasformarci noi stessi in una sorta di replicanti?

R. Oggi sembra che tutto sia già stato fatto e visto. Viviamo in un tempo in cui c’è un forte senso di nostalgia dei bei tempi andati e allo stesso tempo un’ossessione per le innovazioni ad ogni costo. Oppure le reiterazioni di vecchie forme e contenuti vengono vendute come novità. Tutto sembra essere prodotto in serie senza troppi rischi. Il punto forse non è aver paura di utilizzare vecchie forme ma cercare il nostro modo di essere sinceri nella creazione di quello che vogliamo dire. Se per parlare di un tema che ritengo urgente sento di dover utilizzare delle forme già viste, allora perché no? L’importante a quel punto è utilizzare quelle forme seguendo la nostra necessità espressiva. Replicheremo, forse, ma a modo nostro.

D. L’essere umano è teso verso ciò che è nuovo e diverso e incuriosisce ma allo stesso tempo fa paura. Parimenti cerca di essere simile agli altri in virtù di un bisogno di accettazione e appartenenza e ugualmente di distinguersi per non scomparire nella massa. Lo spettacolo propone una soluzione?

R. Lo spettacolo si pone l’obiettivo di porre tante domande ma poche risposte. L’importante è generare il dibattito o quantomeno la riflessione su queste due tendenze innate nella nostra natura: aspirare al nuovo ma temerlo, scappare dall’omologazione ma ricercarla come rassicurazione a discapito di una nostra unicità. Ma questi equilibri vivono contemporaneamente in noi. Ci sono ambiti in cui ci sentiamo di voler rischiare e altri in cui vogliamo omologarci e stare tranquilli. Lo spettacolo non dà giudizi, ognuno di noi è banale e unico allo stesso tempo.

D. Il contributo del pubblico è fondamentale. Con lui si interagisce, si gioca, si creano situazioni bislacche sempre diverse come lo sono le identità che vi trovate davanti e in cui vi rispecchiate. Mi racconti questo meccanismo?

R. Coinvolgere il pubblico è un modo per avvicinarlo alle tematiche dello spettacolo, tendere una mano verso la platea e dire “ci siete anche voi, lo sappiamo, e vogliamo sapere cosa pensate”. Il meccanismo, a nostro avviso, non è invadente, ogni spettatore può scegliere se prendere parte oppure no. Poniamo domande ad alzata di mano oppure domande dirette ma con risposte accessibili. Alcuni momenti dello spettacolo posso variare in base alle scelte della platea, certi momenti sono un salto nel buio anche per noi attori, ci mettiamo in gioco come possiamo, ma il senso di tutto è che per quanto questo spettacolo sembri parlare di argomenti teatralmente autoreferenziali, in realtà cerca di parlare della vita e per farlo servono anche gli sguardi delle persone sedute in platea.

D. Avete scelto la leggerezza del registro stilistico. Quanto è stato difficile approdarvi e mantenere la barra dritta?

R. Il rischio è di risultare superficiali o approssimativi. Noi cerchiamo di rendere la semplicità e la leggerezza non come un fine ma come una porta di accesso, un punto di partenza per presentare allo spettatore le questioni che ci stanno a cuore ma senza chiuderci in noi stessi e in riflessioni che rischierebbero di risultare delle speculazioni teoriche autoreferenziali. Cerchiamo attraverso l’ironia di rappresentare le nostre frustrazioni e le nostre debolezze e come teatranti è un modo per esprimere quello che sentiamo ma senza prenderci troppo sul serio.

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