Gaia Zucchi: il mio percorso tra amore per l’arte, disciplina e perseveranza
Gaia Zucchi è una figura poliedrica: fotomodella, attrice, scrittrice presidentessa di un’associazione che si occupa di violenza a 360 gradi. Forgiata nel carattere da una serie di difficoltà, di momenti molto duri, Gaia Zucchi incarna la disciplina, l’amore per il proprio lavoro, la passione, la costanza, lo spirito di sacrificio. Questa miscellanea di caratteristiche l’ha resa la donna vulcanica che è. Abbiamo fatto una chiacchierata con lei per farci raccontare il suo universo.
Che cos’è per te l’arte?
Per me l’arte è il senso del bello. È il segreto per avvicinarsi al concetto di felicità. La fotografia, La pittura, il ballo, il canto, la letteratura il cinema e il teatro. Tutto costituisce il mondo variegato dell’arte. Senza arte non c’è respiro. Senza arte non c’è spirito creativo. L’arte è la bellezza che salva. Ti avvicina alla perfezione. La vita senza arte non esiste.
Un giorno Sartre era seduto al tavolino del bar e gli si avvicinò un ragazzo. Sartre gli ricordò che lui non era un cameriere, ma faceva il cameriere. Quello che facciamo è diverso da ciò che noi siamo. Ma quello che noi siamo, spesso è profondamente connaturato a quello che facciamo. Cosa vuol dire essere un’attrice per te?
Molto spesso le persone vedono solo il mondo patinato dell’immagine esteriore: quello dell’evento, del premio, del riconoscimento, del successo. Ma dietro ci sono notti insonni, passate a scrivere e a curare i social che oggi sono necessari. Dalle dieci quattordici ore di lavoro giornaliero. L’esistenza di un’ artista è precaria e nomade, contraddistinta da instabilità economica ed esistenziale. Ciò che connota il mio mestiere è lo spirito di sacrificio, il rigore, la perseveranza, la grande disciplina, il talento, la passione l’amore intenso la tenacia, la forza di volontà, l’umiltà. Niente si ottiene con facilità: nessuno ti regala niente. Lavoro in condizioni incerte, ma non mi arrendo mai. Investo ogni giorno nello studio per imparare qualcosa di nuovo. Odio il compromesso. Credo nel fare squadra con persone sincere, leali, trasparenti. Fondo il mio fare sulla solidarietà femminile.
Cosa rappresenta il libro La vicina di Zeffirelli per te?
La vicina di Zeffirelli ha appena vinto, il 16 luglio scorso, il premio Maredicosta. Quando l’ho scritto stavo attraversando un momento molto difficile della mia vita, di massima fragilità. Mi ero separata dal mio compagno in maniera burrascosa e avevo appena perso mia madre prematuramente, per un errore medico. Non avevo nulla e mi sentivo svuotata. Ho sempre privilegiato la famiglia. Quando è nato Leonardo, il mio primo figlio, mi ero allontanata dal mondo del cinema e stavo scontando quello che viene definito dagli studi di settore come il fenomeno del child penalty, la penalità del primo figlio, appunto. Poi è arrivata la mia seconda figlia. Mia madre era il mio saldo punto di riferimento. Quando è venuta a mancare in maniera così assurda, il mondo mi è crollato addosso. Ero smarrita e, mentre ero sdraiata sul letto, completamente prostrata, le ho chiesto silenziosamente un consiglio che non ha tardato ad arrivare. La sua voce mi ha ricordato la mia passione per la scrittura, un talento che mi accompagnava da sempre e mi ha suggerito di scrivere questo libro, perchè sarebbe divenuto davvero significativo. Infatti, è stato momento e strumento di riscatto.
Qual è il nucleo fondante del libro?
Nel libro, in parte autobiografico, racconto i mille volti di una donna cinquantenne, che si è rimessa in gioco, in un mondo francamente ostile. Le mie sfumature di mamma di attrice, di scrittrice. Non si tratta solo di un modo per raccontare la mia vita, che potrebbe non interessare, ma per sviscerare la fragilità umana. Un modo per condividere la mia visione su quelle che potremmo definire come delle invarianti universali: i rapporti filiali, la relazione con i propri genitori e con i propri maestri. Anime danzanti, in cui rispecchiarsi per riconoscersi, che riescono a tirare fuori il bello e il meglio che hai dentro. Io ho avuto la fortuna di avere tanti role model, che mi hanno insegnato tante cose. Per esempio, Franco Zeffirelli, Gina Lollobrigida, Attilio Corsini, Goliarda Sapenza, la mia insegnante di recitazione.
E il tuo impegno associativo?
L’associazione che presiedo si chiama Polissena c’è. È il nome di una principessa troiana che non appare, non ha lasciato traccia, nei grandi poemi epici. Preferisce essere uccisa piuttosto che essere ridotta in schiava. Questa dolorosa assenza ci parla dell’invisibilita di chi fragile e non ha voce. Il nostro obiettivo è proprio quello ridare voce, speranza e dignità a chi è invisibile. Ridare senso di sè a chi non ne è stato privato. L’associazione si occupa di tutti i tipi di violenza: da quella di genere sia femminile sia maschile, a quella contro i bambini e gli adescenti, anche sotto forma di bullismo, nonchè della violenza verso gli animali. È fondamentale che, in quanto portavoce, la mia immagine sia visibile, forte e solida. Più lo è più ci sarà possibile aiutare e sostenere.
Ph. Daniele Pedone
A cura di Tania Sabatino

