Il Re Scugnizzo: una commedia corale dalla potente forza narrativa
Il Re Scugnizzo, scritto e diretto da Mauro Palumbo, è frutto di un lavoro narrativo nato circa 15 anni fa.
Stasera, domenica 22 marzo, alle 18, la rappresentazione concluderà il primo weekend di successi – tra risate e occhi lucidi, momenti di coralità e intensi attimi che si focalizzano su uno specifico personaggio. Tornerà in scena il prossimo weekend, dal 27 al 29 marzo, al teatro Serra.
In scena: Carmine De Luca (Quasimodo), Fortuna Galdieri (Pulcinella), Pietro Tammaro (San Gennaro), Umberto Natale (Sant’Antonio), Mariangela Varriale (Santa Lucia), Roberto Scarpati (Febo), Mauro Palumbo (Frollo), Sara Paesano (a’ Smeralda), Antonella Ciliberti, Lucia D’Alessio, Nuzzy Romano, Silvia Catuogno (lazzare), Vittorio Ariante e Diego Esposito (guardie).
Coreografie, Martina Miglino.
Corpo di ballo: Angela Cangiano, Anna Corcione, Francesca Paviciulli, Fabiana Palumbo, Marzia Fraia, Penelope Vilardi. Costumi Sandra Banco.
Musiche originali a cura de “I Villanella” composte da Sergio Carleo e arrangiate da Patty Marotta e Francescopaolo Perreca. Aiuto regia Diego Esposito.
Mauro immagina e ricostruisce la narrazione, partendo da un evento storico: Carlo III di Borbone torna momentaneamente in Spagna per l’incoronazione, affidando suo figlio Ferdinando al Consiglio di Reggenza.
“Ho immaginato – spiega Mauro – che Ferdinando avesse un fratello segreto, anche sulla scorta del fatto che uno dei figli di Carlo fosse nato demente, poi verosimilmente cresciuto lontano dalla corte“.
Un Gobbo di Notredame alla napoletana, che viene segregato e cresce nel duomo di Napoli, avendo come unici amici tre statue: Santa Lucia, a cui vengono rubati gli occhi di smeraldo; Sant’Antonio e San Gennaro.
“In realtà questi tre personaggi – continua Mauro – sono frutto del processo di proiezione dei suoi stati d’animo e del suo desiderio di esorcizzare la solitudine. Al pari degli dei greco – romani possiedono tutti i vizi umani. Per esempio, sono smodatamente competitivi e dediti a una sorta di ‘casto’ turpiloquio“.
Se San Gennaro lo spinge a mettersi in gioco e a uscire, Sant’Antonio lo frena.
“Quando ho cominciato a riflettere sul mio personaggio, San Gennaro – racconta Pietro Tammaro, che gli conferisce le fattezze – e su come interpretarlo, inizialmente mi sono orientato su una caratterizzazione classica e sul rapporto devozionale che lo lega al popolo partenopeo. Mauro, però, con la sua genialità ha puntato sulla leggerezza e su alcune sfaccettature comiche davvero efficaci. San Gennaro è una sorta di alterego di Quasimodo, lo consiglia, gli dà indicazioni. Ne esprime i pensieri. È in conflitto con Sant’Antonio e innamorato di S. Lucia, che accoglie questo sentimento con fare civettuolo. Il suo è un amore umanissimo, intriso di desiderio. Insieme i tre santi costituiscono un trio litigioso, dagli esilaranti effetti comici. Per creare il mio San Gennaro ho scelto di lavorare sulla voce, rendendola più bassa e greve rispetto alla mia, che è più squillante. Una voce ‘adulta’, come tonalità, tipica di un prete canonico. E poi ho cercato di rendere il personaggio attraverso la fisicità e le movenze“.
Poi c’è la pletora degli altri personaggi: Smeralda, così chiamata per aver rubato gli occhi di Santa Lucia, ma che, come molti personaggi, intraprenderà il cosiddetto viaggio dell’eroe, caratterizzato da una profonda trasformazione interiore, arrivando a riscattarsi.
Un riscatto rappresentato dalla restituzione degli occhi alla santa.
Febo, che rappresenta proprio Ferdinando. Il cattivo per antonomasia, Frollo, è l’unico che non vive un processo di cambiamento, come ribadisce l’autore e regista. In tal senso, rappresenta un eroe tragico che resta vittima dei suoi difetti caratteriali che si rivelano fatali: il suo essere innamorato solo di sè stesso; la sua fame di potere e di denaro.
“Si tratta di uno spettacolo in continua evoluzione – racconta Palumbo – in cui c’è un costante tentativo di sperimentazione. Per esempio, quest’anno i vari attori si cimentano con l’improvvisazione del personaggio, che si svela prima ancora dell’inizio vero e proprio. Infatti, sono loro stessi ad accogliere il pubblico, ognuno secondo la sua vis interpretativa e la sua identità. Lo accompagnano in sala e ci sono tutti, tranne i personaggi principali“.
Il regista ribadisce come uno dei personaggi che vive una maggiore conversione interiore sia proprio Quasimodo, inizialmente vittima della paura.
Pavido e timoroso, alla fine diventerà una sorta di vendicatore e quindi arriverà a determinare il destino del suo carceriere. Di colui che l’ha sempre sminuito e vessato.
Sarà lui che si immolerà sull’altare dell’estremo sacrificio, quando il quartiere di Forcella sarà messo a ferro e fuoco. Si sacrificherà per il riscatto di Napoli, che rappresenta, forse, la sua donna per eccellenza.
“Il personaggio di Quasimodo è inventato – evidenzia l’autore -. Quindi questo suo sacrificio era necessario per rimanere fedeli alla storia. Nessuno può davvero ricordarsi di lui. Non può esistere nella storia fattuale della città“.
Ma c’è anche un cantastorie. Pulcinella è il narratore per eccellenza, cui sono affidati quattro monologhi.
Anima e incarnazione di una Napoli verace e popolare. Di un popolo, autentico interprete dell’arte di tirare a campare, capace di affrontare i guai con una certa ironia.
Lo spettacolo ha debuttato circa quindici anni fa al Teatro Bolivar e oggi torna in scena, dimostrando una longevità e una potenza narrativa, ma anche una continuità, incredibili.
La squadra di attori sul palco è frutto della fusione tra gli allievi dell’Accademia del teatro Serra e di due scuole di danza: Effetto danza e Anima e Danza.
Ph. Simona Pasquale









Ho assistito allo spettacolo la scorsa domenica e devo dire che è stato un vero piacere! La regia ha saputo creare un’atmosfera coinvolgente, che ha catturato l’attenzione del pubblico.
Gli attori hanno fatto un lavoro eccezionale, interpretando i loro ruoli con passione e dedizione.
Complimenti a tutto il cast e alla produzione per un lavoro ben fatto!”