Le buste: al teatro Tram va in scena l’alineazione e la spersonalizzazione umane

Tre attori in scena. Ogni giorno recitano il loro diario di bordo e si mostrano al pubblico, ai suoi occhi curiosi, da dietro una vetrina. In maniera uguale e differente ogni giorno. Incarnazione della ripetitività e dell’alienazione umane.

Da giovedì scorso e fino a stasera alle 18:00domenica 10 aprile – il teatro Tram di Port’Alba ospita lo spettacolo Le Buste, prodotto dal Teatro Dell’Osso (i costumi sono di Giorgia Lauro).

Secondo il regista Gennaro Esposito, si potrebbe trattare di tre personalità distinte e in lotta tra loro, ma esse sono soprattutto tre parti, tre facce, del medesimo sé.

Federico è il Dio ex machina, il manipolatore per eccellenza, ormai ridotto ad automa, completamente disumanizzato. È figlio del suo trauma e del dolore creato da imposizioni e vessazioni, ma rappresenta anche la parte buia e oscura, che non può fare a meno di tessere trame. 

“Il dramma di Federico – rincara la dose l’autore di testo e regia ed evidenzia anche l’attore che lo interpreta Enrico Disegni – si rivelerà solo alla fine. Lui è vittima di un padre-padrone, ma anche dell’indifferenza altrui. Federico quando racconta l’origine del suo trauma si riumanizza. Anche la sua voce cambia, ritrovando calore e sfumature, e sta per togliere la busta dalla testa e rivelare il suo volto ma poi fa una scelta consapevole. Non può e non vuole fermarsi. Se lo facesse scomparirebbe e lui non vuole condividere lo stesso destino di oblio del padre, bensì lasciare un segno indelebile Le ragioni del suo agire, però, sono da ricercare non tanto nel trauma, come sembrerebbe a un primo sguardo, ma nella frase con cui chiude il monologo finale: quel desiderio bruciante di non scomparire, quella necessità compulsiva di non fermarsi”.

Poi c’è Tommaso, un personaggio semplice, che rappresenta la moralità, lo spessoere emotivo e la giustizia, ma non quella rigida, bensì quella profondamente umana, che non cela le fragilità e non è esente da tentazioni e cadute. 

“Tommaso in fondo non è lì per il progetto ma per amicizia – evidenzia il suo interprete Giuseppe Di Gennaro – . Lui non vuole perdere Federico, che rappresenta la sua famiglia, e cerca di riscattarlo e salvarlo in ogni modo, disconoscendo il suo essere uno psicopatico nullificato”.

Anche Federico, in fondo, non vorrebbe perdere Tommaso, ma è comunque pronto a sacrificarlo sull’altare dell’ambizione di non scomparire, vittima dell’oblio.

“Quello che subisce Tommaso – evidenzia Esposito – è un abbandono totale e puro. Federico, invece, è preparato all’eventualità della separazione. Non a caso ha detto sin dall’inizio che il gruppo dev’essere composto da tre uomini e una donna. Ha previsto una riserva, dalla personalità amorfa e disposta a tutto, a farsi maltrattare in ogni modo. È una presenza disposta a non essere se stessa pur di risultare funzionale”. 

Asia, interpretata da Marta Chiara Amabile, invece rappresenta la vacuità e, a sua volta, è disumanizzata. Vive una realtà, ma non la comprende davvero. È prigioniera di un suo mondo dorato e irreale, aderisce al progetto per “sporcarsi con un po’ di vita vera”, ma crede davvero che il suo compagno non possa farcela con uno stipendio da medico.

È pronta a lasciare il progetto, ma poi salta sul carro del vincitore non appena arriva la notorietà, avocando a sé parte della maternità del progetto. 

“Tommaso perde a livello di obiettivo scenico – spiega il regista – ma vince umanamente, decidendo di andarsene, di scrollarsi di dosso tutto, mentre Asia se ne va solo per non farsi umiliare. Il punto di rottura, in cui il sogno degli amici si trasforma in un incubo, viene consacrato dalla trasmissione trash cui il gruppo viene invitato e dove Tommaso, in un estremo tentativo di ribellione e di rottura di un circolo vizioso, defeca sul divano.”

Tommaso pensa di mettere fine a tutto, secondo quanto ribadisce il regista – ma non ha tenuto conto della pericolosità del pubblico che lo travolge. Lui produce merda, simbolo dell’insulso per eccellenza, e invece di essere criticato viene idolatrato da chi si riconosce in lui e lo sente vicino e rappresentativo”.

Apoteosi della riduzione dell’essere umano a mero bisogno fisiologico di base, ma anche del prodotto spazzatura che invece di essere vilipeso assurge a modello da idolatrare.

“La mia – spiega Gennaro – è una regia collettiva. Metto insieme i pezzi ma non mi piace essere direttivo. Tutti noi abbiamo contribuito alla creazione dell’opera in egual misura”. 

Per tutto il corso dello spettacolo gli attori scendono dal palco e si mescolano al pubblico. Alla fine è una persona del pubblico che sale sul palco e si “incappuccia” con la busta, creando un effetto di straniamento.

La domanda, infatti, è: “Siamo spettatori o interpreti di una tragica pantomima?” Poi c’è un’amara certezza: lo spettacolo della finzione e della disperazione quotidiana andrà avanti comunque, identica a se stessa, anche se i suoi interpreti sono diversi, ridotti a pedine, sostanzialmente intercambiabili.

Ph. Pino De Pascale

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