L’Isola dei femminielli: Aldo Simeone restituisce alla collettività un frammento di memoria e storia
R. Molto, moltissimo. Anzi, direi di più: le narrazioni non aiutano solo a comprendere e vivificare la Storia con la maiuscola, ma anche ad apprenderne la lezione. Perché l’esperienza matura soprattutto attraverso il concorso delle sensazioni (scottarsi e imparare a stare attenti al fuoco), delle impressioni (immagini, suoni, odori…), delle emozioni (il contenuto umano). E queste, trascurate dagli studi storici, trovano spazio nell’espressione letteraria, che intendo in senso lato: anche il cinema, i fumetti e ogni altra forma di racconto appartengono a questa categoria. Edvard Munch intitola Storia un suo quadro del 1916: un enorme albero ai piedi del quale un anziano racconta una storia a un bambino. Sullo sfondo, il mare.
D. Il tuo protagonista si chiama Aldo. In questo romanzo sono rifluiti frammenti della tua vita o è un gesto simbolico che trasforma un’identità individuale in una collettiva (non è più la storia degli altri)?
R. È una coincidenza. E poiché le coincidenze non esistono, la intendo come un’”incidenza” significativa, o – per dirla con Baudelaire – una “corrispondenza”. Prima di accingermi a scrivere il romanzo, ho cercato a lungo una mia via di accesso alla storia dei femminielli, che mi permettesse la sincerità, l’onestà della voce. Non volevo “colonizzare” una vicenda del passato, ma riuscire a calarmi davvero nei panni dei personaggi, essere con loro, essere loro. Tanti erano i motivi di distanza: nel tempo, ma anche nello spazio e nel linguaggio, perché la maggioranza dei confinati a San Domino erano siciliani, mentre io sono toscano. Finalmente, cercando, ho trovato una voce e un punto di vista dentro i quali potessi calarmi: quelli di un fiorentino incidentalmente mio omonimo, per altro tra i pochi testimoni anziani che si resero disponibili a raccontare, anni dopo, quell’esperienza per molti aspetti vergognosa e rimossa. D’altronde, ogni scrittura è in qualche modo autobiografica, ogni racconto una confessione. C’è un po’ di me in tutti i personaggi, anche mio malgrado o a mia insaputa. Ed è altrettanto vero il contrario: grazie a questo racconto, qualcosa di loro è entrato in me. Prodigio della narrazione.
D. Hai attinto anche a un patrimonio letterario e filmico che ha segnato il tuo percorso?
R. Necessariamente. Viviamo sulle spalle dei giganti, ma anche degli gnomi e dei nani. Siamo tutti arrampicati gli uni sugli altri, viventi e antenati. Ogni volta che scriviamo risuonano in noi tutte le esperienze vissute, tutte le letture sedimentate, tutti gli echi delle altre storie in cui ci siamo imbattuti. A volte sono frantumi così sbriciolati che non è possibile riconoscerli e noi stessi non ne abbiamo piena coscienza. Ma ci sono. Tra le ascendenze di cui sono consapevole, ci tengo a indicare almeno un film (Una giornata particolare, di Ettore Scola), un romanzo (Gli occhiali d’oro, di Giorgio Bassani), un documentario (Ricordare, di Gabriella Romano) e un fumetto (In Italia sono tutti maschi, di Luca de Santis e Sara Colaone).
D. Le storie che racconti sono frutto di ricerche di archivio e/o di racconti raccolti dalla voce dei protagonisti?
R. Mi sarebbe piaciuto ascoltare la viva voce di qualche testimone. Ma no: ho dipanato il filo delle storie dei femminielli attraverso libri, documenti, fotografie. Mi piace segnalare soprattutto queste ultime, perché sono state in qualche modo le principali sostitute – benché afone – di quelle fonti dirette che, purtroppo, mi sono mancate. La fotografa Luana Rigolli ha restituito i volti dei 45 omosessuali siciliani confinati, ha immortalato i luoghi della loro vita a Catania e a San Domino, alcuni oggetti, lettere, verbali. Le fotografie hanno il dono dell’innocenza e dell’immediatezza. Non dicono nulla: sono, solamente. Quel silenzio, ho potuto riempirlo di parole, senza soggezione ma con rispetto.
D. Quanto è importante dare voce a chi è dimenticato e creare una memoria condivisa?
R. È la nostra immortalità. Viviamo negli altri, nella memoria degli altri. Io sono un materialista radicale, non credo nel trascendente, ma questo non significa essere sfiduciato. Anzi, è l’esatto contrario: vuol dire invocare la piena responsabilizzazione di ciascuno, di ogni singolo individuo. Siamo importanti. Possiamo fare la differenza. Gandhi diceva che se, in piena notte, tutti accendessero un lumino si farebbe pieno giorno; ma se lo facesse anche uno soltanto, non sarebbe comunque più notte. Le nostre storie s’immettono le une nelle altre e poi nella storia di coloro che verranno e tutte sfociano nel mare della Storia. Quando mi capita di recuperare, nelle narrazioni che compongo, il frammento di una vita passata, mi sento davvero grato: ho un’impressione di compiutezza, di senso. Quella magia metafisica in cui non credo mi sembra di averla in pugno, di poter compiere un miracolo. Il miracolo di Lazzaro.

