Manifesto di un morto a cavallo: quando la memoria si annebbia, l’amore ci salva
Stasera sabato 5 luglio, alle ore 22 presso il teatro Tedèr – Teatro del Rimedio – in via Flavio Gioia, nell’ambito del Campania Teatro Festival, andrà in scena “Manifesto di un morto a cavallo“, per la regia Simone Somma.
È la storia di Vincenzo che vive staccato dalla realtà, prigioniero di un sogno noir, abitato da incubi. È un uomo malato di Alzheimer, anche se questa malattia non varrà mai conclamata apertamente.Vincenzo aspetta un calesse che sembra non arrivare mai. È il calessino che dovrebbe condurlo dalla sua amata Ninì che, però per buona parte della rappresentazione, appare lontana, un’ombra. Una contemporanea Euridice in un rapporto di amore intenso con il suo Orfeo.
I proventi della serata andranno all’associazione Gazzella ODV, che si occupa della cura dei bambini palestinesi feriti nella striscia di Gaza .
“Questa – dichiara Simone Somma – è un’ iniziativa a cui plaudere, voluta dal Campania Teatro Festival, Sezione Osservatorio. Un segnale forte anche nei confronti di quell’Occidente che troppo spesso stenta a prendere posizione nei confronti di questa situazione terribile che stiamo vivendo”
La storia nasce da una bozza di romanzo scritta da Francesco Spiedo, che voleva affrontare il tema del passato sul filo della memoria, impregnandolo di frammenti di vicende personali e familiari. Un’idea che nel tempo si è evoluta e ha dato origine alla scrittura congiunta tra Francesco Spiedo, autore Fandango, e Matteo Porru, vincitore del Campiello Giovani.
Un testo onirico, come lo definisce il regista – che rappresenta il viaggio emotivo di Vincenzo, non lineare temporalmente – attraverso le epoche che lui ha vissuto e attraverso alcuni personaggi chiave che gli si presentano sotto forma di una sorta di maschere orrorifiche, che emergono da un buco, a rappresentare la disperazione, connessa ai riicordi che sbiadiscono e appaiono sempre più confusi.
“Spesso – continua il regista e attore – i dialoghi e i piani temporali si sovrappongono e la dimensione reale irrompe, senza preavviso, in quella immaginaria“.
A fare orrore sono anche le pressioni sociali a cui quest’uomo si è dovuto conformare, prono al diktat di una vita fatta di lavoro e sacrificio, secondo le aspettative sociali – in primis quelle di un padre padrone – tipiche dell’epoca del secondo dopoguerra.
In questo contesto di senso e significato, l’unica figura davvero di conforto e confortante appare l’amata moglie, di cui lui non dimentica mai il nome, che si intravede sempre in lontananza e che alla fine riuscirà a ricongiungersi a Vincenzo. Così i due proseguiranno il loro percorso nuovamente insieme.
“Ho fortemente voluto – continua Simone – che l’attore che interpreta Vincenzo fosse un giovane perché non volevo ricorrere alla scelta scontata della persona anziana che rivive i suoi ricordi. Desideravo che il pubblico vedesse Vincenzo come lui si percepisce, non com’è nella realtà: Lui si percepisce come ancora giovane”.
Stasera a essere protagonista, richiamando le parole del regista, è l’arte, quella che possiede una propria intrinseca sacralità. Quella in grado di portare lo spettatore a compenetrarsi con l’altro e a sviluppare con forza l’empatia. Quella dal valore catartico, capace di spingere lo spettatore a mettersi nei panni dell’altro e a far proprio il suo dolore.
“ In questo modo – evidenzia Somma – avremo forse a che fare con individui più pronti ad accettare e a capire la sofferenza altrui, ritrovando così un comune senso di umanità e di comunità, perchè in fondo, tutti abbiamo le stesse angosce e gli stessi dolori, ma anche gli stessi motivi di felicità“.
Sul palco: Valerio Lombardi; Roberta Astuti e lo stesso Simone Somma.
Per promuovere numerosi e variegati momenti di cultura Simone Somma e Francesco Spiedo hanno creato Itaca, Colonia Creativa, un hub culturale , un centro polifunzionale, situato a Pomigliano D’Arco.
“Abbiamo cominciato – prosegue Simone – con dei corsi di scrittura creativa online e poi abbiamo ampliato l’offerta con corsi di teatro, di musica e di danza. Io penso che la cultura non debba aspettare di essere sostenuta in senso assistenzialistico, ma debba riuscire ad autosostenersi e anche a sostenere lo sviluppo e l’esercizio di specifiche professionalità“.

