Mimì e le ragazze della pallavolo: una riflessione attuale che non spegne la speranza

Sono passati diversi giorni da quando ho visto lo spettacolo Mimì e le ragazze della pallavolo dove Mimì sta per Domenico con testo e regia di Sara Sole Notarbartolo.

Volevo scriverne subito, ma le parole non hanno voluto saperne di uscire dalla mia mente, trasmettendosi alle dita, per essere impresse sulla carta virtuale, per molti giorni, bloccate in una spirale di orrore in grado di annichilire la speranza in un cambiamento sociale e culturale possibile in nome dell’inclusione.

Inoltre, qualche giorno fa ho letto su  Facebook  dell’aggressione a un amico.

Al di là della recrudescenza di intolleranza e violenza generalizzate, non ho potuto fare a meno di pensare che possa c’entrare qualcosa l’orientamento sessuale.

Un aspetto che ha a che fare con la vita privata di ognuno di noi, ma che qualcuno crede di poter controllare, giudicare, punire sulla base di un una gerarchia distorta, che porta a pensare di poter diventare giudici supremi persino della legittimità dell’esistenza altrui.
 

Poi il 17 maggio scorso giorno dedicato alla lotta contro l’omofobia, la trans-omofobia e la difobia. Un adolescente lega allo zaino una bandana arcobaleno – un gesto di grande civiltà e inclusione – e viene quasi ucciso con una violenza e un odio incontrollati e punitivi, perpetrati da chi dovrebbe guidarlo nella vita e proteggerlo.

In nome di un distorto senso della mascolinità – che diventa machismo e maschilismo – e dell’onore. Quel familismo odioso, pericoloso e amorale, di cui parlava Bentham.

E poi la morte di Giannina/Valeria, dalla lingua e dall’espressione arcigne, proprie di chi non ha conosciuto il bene, ma capace, quando meno se lo si sarebbe aspettati, di gesti di grande cura, umanità, empatia, complicità…

Proprio adesso che la speranza sembra aver rallentato i battiti fin quasi a fermarli  spettacoli come quelli di Sara Sole hanno un valore ancora più alto. Un valore che assume il sapore del coraggio e della conoscenza che nasce dal disvelamento.

Giugno, non a caso, è il mese dello splendore della natura ma anche e soprattutto dell’orgoglio omosessuale e transessuale

La scrittrice e regista riesce a conferire carne, sangue e anima alla storia del piccolo Domenico che gioca a pallavolo, cresce e diventa un campione, ma sogna di giocare nella nazionale femminile, a costo di rinunciare a un ingaggio più alto.

Per realizzare questo spettacolo, carezza e pugno insieme, la regista ha intervistato numerose persone appartenenti alla comunità LGBT, entrando con delicatezza nelle loro vite e nei loro percorsi spesso complessi, tra paura, vergogna e voglia di essere se stessi  fino in fondo.

Centrale, nello spettacolo, la figura della madre che, come dice la regista “ha solo bisogno di capire” cosa stia accadendo, per poi ridiventare, rifacendosi al sociologo Goffman , uno specchio solido, positivo e realistico, pieno di amore.

Come sottolinea l’autrice e regista si deve comprendere con il cuore non con la mera razionalità.

“In questo – spiega – ravviso un diverso modo di vivere la genitorialità tra le persone degli strati più popolari e di quelli più acculturati. Le prime hanno solo bisogno di essere rassicurate di essere nella direzione giusta. Le seconde hanno tendenzialmente maggiori strumenti culturali ma spesso si tratta di un’arida conoscenza culturale, poco accogliente ed empatica”.

L’attrice Fabiana  Russo, che si muove con agilità sul palco dello spazio off Nostos: dà un volto, espressioni intense e accarezza i graffi del piccolo Domenico che progressivamente cresce, tra mille dubbi, propri o instillati da altri – dal suo allenatore, dalla psicologa che lo segue nella sua transizione, persino dall’OMS che fino al 2015 ha considerato la disforia di genere una malattia mentale  – per poi sbocciare nella magnifica donna che ha scelto di diventare.

“Dobbiamo lavorare per il cambiamento culturale – evidenzia Sara Sole – e continuare ad avere speranza”.

Lo spettacolo è un monologo, ma sa farsi dialogo attraverso le varie voci che si alternano: quelle di Antonella Esposito, Cinzia Mirabella, Marco Palumbo e dall’aiuto regista  Fabio Rossi, che irrompono sulla scena. Inoltre la Notarbartolo riesce a trattare argomenti spinosi e delicati, che si inanellano l’uno dietro l’altro, con rigore scientifico, ma anche con calviniana leggerezza, “planando sulle cose dall’alto” e riuscendo a scendere in profondità.

Come avviene con la trasmissione trash Ammazza la checca che denuncia dati orribili e suona come un secco j’accuse, ma lo fa muovendo il riso e il pianto insieme.

“Data la trasversalità del personaggio – ribadisce Notarbartolo – potevo scegliere chiunque, al di là del genere: un’occasione pressoché unica. A farla da padrone è stato il talento e la versatilità attoriale e canora”.

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