HOMEMUSICA

Myriam Lattanzio: le sue Anime Pezzentelle sono un canto di cittadinanza attiva

Chi sono le Anime Pezzentelle, di cui canta Miryam Lattanzio? Sono gli ultimi… quelli che nessuno vede. Quelli che trascinano la loro vita e i loro ricordi ammucchiati in una valigia malmessa, come sottolinea lei stessa. Li troviamo agli angoli delle strade, sovente accasciati senza alcuna speranza, ma a volte ancora con un brillio di speranza e una fiera dignità negli occhi segnati e stanchi.

Sono coloro che vengono ignorati dalla politica. Un agire che non è un fare coscienzioso a favore della comunità, bensì un insieme di parole vuote, con una valenza spesso più di facciata che fattuale. Parole che dividono più che unire. Che incutono paura verso le differenze, invece di aiutare a comprenderle, ad accarezzarle, a custodirle, a proteggerle e a valorizzarle nella loro fragilità. Rivedo i tratti delicati e fragili degli ultimi negli occhi impauriti della vecchina che cercava riparo nei locali della metropolitana di Piazzale Tecchio.

La marginalità non apparteneva alla sua storia se non da poco e l’estraneità a quella condizione le si leggeva negli occhi spauriti e colmi di una vergogna timorosa. Probabilmente non era abituata a vivere per strada, ma c’era finita, suo malgrado, perché, forse, era stata sfrattata da poco. Pochi soldi e un affitto e una s solitudine crescenti. Li rivedo nei due anziani senza fissa dimora, che dormono in una zona attigua ai depositi di Trenitalia a Gianturco.

Loro che stringono al cuore una bambola malconcia o una coperta lisa, come se fossero tesori inestimabili da proteggere. Pochi averi e parole sussurate, che li rendono bambini rugosi. I loro oggetti non devono risultare troppo appetibili, perché la legge della strada è dura e altri potrebbero sottrarglieli in malo modo, in una lotta per l’esistenza che non conosce empatia.

Miryam dedica le sue parole e le sue melodie proprio a loro. Lo fa ricorrendo alla musica partenopea. Un sound delle radici e delle origini. Un ritmo sanguigno, come quello che scorre nelle nostre vene partenopee. Come la linfa vitale di San Gennaro. Un ritmo verace, che vibra e nutre tutti gli altri generi di musica. Lo fa, impastandoli sapientemente con la world music che miscela rock, musica tradizionale, etnica ed elettronica. Ed afrobeat, al cui crocevia si incontrano i ritmi del Regno Unito, con quelli del Ghana, della Nigeria e dell’Africa più autentica.

L’album è un intenso viaggio musicale dedicato ai diritti civili e al riscatto sociale. Lattanzio firma tutti i testi e compone anche le musiche di Sangennà, Chesta città e Pe’ ddoje rammere. Gli arrangiamenti, curati interamente da Max Carola, vedono quest’ultimo impegnato anche nella direzione artistica.

L’album si arricchisce della presenza dei musicisti: Michele Maione, Marco Di Palo, Francesco Di Cristoforo, Roberto Trenca, Jennà Romano, Massimo Mollo, Arcangelo Maria Caso e Francesco Ponzo che contribuiscono a creare un tessuto sonoro ricco e stratificato. Alla realizzazione partecipano inoltre Paolo “Shaone” Romano, Antonella Maisto e Paese mio bello (Gianni Lamagna, Patrizia Spinosi, Anna Spagnolo e Lello Giulivo).

Per Myriam Lattanzio, interpretare la musica non è mai un semplice esercizio estetico, ma un atto di cittadinanza attiva e una continua ricerca spirituale.

Adesso lasciamo la parola a lei, per narrare delle sue anime pezzentelle. Anime semplici e complesse insieme. Cuori dolenti, che abitano silenziosamente la nostra quotidianità.

L’INTERVISTA

D. Quali sono i volti, le storie e le vite delle tue anime pezzentelle?
R. Quelle che ci sfiorano per strada, nelle stazioni o agli angoli delle strade portandosi dietro buste e valigie piene di cianfrusaglie. Quelle alle quali a stento volgiamo lo sguardo o rivolgiamo la parola. Quelle che non ce l’hanno fatta e non hanno più le forze per reagire.
D. Uscire dal silenzio innanzitutto. E poi… quale può essere la strada di un concreto riscatto?
R. Stiamo vivendo un periodo di oscurantismo dove a pagare il prezzo più alto sono gli ultimi. purtroppo, tranne associazioni che lavorano sui territori per aiutare soprattutto psicologicamente chi ha perso tutto, c’è una grande indifferenza e insensibilità alimentata anche da un tipo di politica che invece che avvicinare, contribuisce ad allontanare. spesso leggiamo di bande che picchiano o danno fuoco a chi dorme sulle panchine o per strada. A volte, basta un saluto, un cenno per accendere sul loro volto un sorriso. Però è vero che ci vogliono delle politiche diverse perchè l’elemosina non risolve il problema
D. La musica che ruolo ha? 
R. Può portare alla luce, sensibilizzare. ma c’è bisogno, ripeto, di una politica più attenta. 
D. Ci descrivi che suoni e che suggestioni culturali si fondono nelle tue canzoni?
R. Io ascolto molta musica e cerco di non avere un atteggiamento “spocchioso” anche se ci sono generi che mi rifiuto di ascoltare. avendo militato in gruppi di musica popolare (tra questi mi piace ricordare il periodo con il GO ‘E Zezi) il mio modo di cantare è legato al napoletano così come i suoni che si ispirano molto alla world e all’afrobeat. In questo mi ha aiutato tantissimo Max Carola, il produttore e arrangiatore, che ha centrato subito cosa avevo in mente e come confezionare le melodie che avevo in testa. vorrei citare però anche gli altri amici che mi hanno regalato delle melodie bellissime per alcuni testi: A chi ‘a cantammo scritta con Carlo Faiello, D’a parte sbagliata con Jennà Romano, Nisciuno con Marco Francini, Lupe e lupesse con Dario Mogavero e S’aspetta con Massimo Mollo.
D. Nelle tue canzoni c’è il recupero della tradizione musicale partenopea. C’è posto per la sperimentazione?
R. Come dicevo, l’aver indirizzato gli arrangiamenti in una dimensione più world che popolare, è già una sperimentazione. però noi siamo mediterranei, viviamo ai piedi di un vulcano che ci segue ovunque e quindi, per quanto si possa parlare di sperimentazione, alla fine l’anima e le melodie sono quelle che respiriamo ogni giorno. E che hanno reso la canzone napoletana famosa in tutto il mondo. a dispetto di chi cerca di affermare il contrario. Ma quando si parla di canzone, si parla della canzone napoletana che ha ispirato tantissimi artisti. e noi, ce l’abbiamo int’o sanghe.

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