Notte de la focalenzia: un rito antico come l’Aglianico

I falò di Castelfranci sono un fenomeno radicato nel tempo. La festa, denominata “Notte re la focalenzia”, vanta un ricco programma di musica, cultura ed enogastronomia che si snoda fra i vicoli del centro storico.

La manifestazione anima le vie del paese proponendo un suggestivo percorso punteggiato da bracieri ardenti, stand enogastronomici e spettacoli di strada.

Castelfranci è famoso per i tre Mulini costruiti intorno al 1800. Il suo centro storico conserva ancora oggi i tratti dell’impianto urbanistico medioevale, con vicoli, chiese, portali di pietra. La Chiesa di Santa Maria del Soccorso, con la splendida facciata settecentesca a tre portali, la torre campanaria, le tre navate interne, è uno dei monumenti di maggior rilievo del paese.

Ma protagonista indiscusso della “Notte re la focalenzia” è il fuoco con tutto il suo valore simbolico: la purificazione, la luce che vince sulle tenebre, il bene che sconfigge il male. In un alternarsi di iniziative il fuoco diventa il fulcro della festa, luogo di aggregazione, intorno al quale radunarsi per scambiarsi “doe cunti” (racconti), per suonare e cantare insieme, in un momento di condivisione che evoca i tempi di una volta. Memoria sociale di un mondo antico e lontano che, nonostante l’incessante velocità del progresso, è ancora presente: quel mondo contadino caratterizzato dalla genuinità, umanità, semplicità e condivisione che si manifestava nell’accensione dei falò.

Durante la “Notte re la focalenzia”  numerosi sono gli stand gastronomici in cui è possibile gustare i piatti tipici irpini, tra cui preparati a base di cinghiale, castagne, tartufo, funghi e carni provenienti da allevamenti locali. Ma è la maccaronara la regina della tavola castellese: una pasta di grano duro preparata rigorosamente a mano, e condita con sugo di pomodoro insaporito dai mugliatielli, piatto tipico a base di interiora di agnello. Il tutto accompagnato dall’immancabile Taurasi DOCG.

L’Aglianico di Taurasi DOCG è un vitigno scontroso: matura tardi, è intenso e brusco in principio, difficile da coltivare e difficilissimo da vinificare, con tannini che richiedono tempo per essere ammorbiditi ed acidità che gli assicura il tempo necessario affinché venga levigato. Dal colore rubino intenso, tendente al granato, inimitabile nei sentori di viola, di amarene, sottobosco e piccoli frutti, la sua vinificazione deve comprendere un periodo di invecchiamento di almeno tre anni, di cui almeno uno in botti di legno.

Testimonianze storico-letterarie sulla presenza di questo vitigno si trovano in Orazio, che cantò le qualità della sua terra (era nativo di Venosa dove l’Aglianico trova un’altra grande espressione con l’Aglianico del Vulture) e del suo ottimo vino.

Il nome della città trae origine dalla storica e antica Taurasia, distrutta dai Romani nel 268 a.C. Qui i Romani trasferirono una popolazione di Liguri-Apuani di stirpe celtica che avviò la coltivazione dei campi e della vite cosiddetta “ellenica”. Nel 42 a.C. il territorio di Taurasia viene assegnato ai soldati romani veterani che vinificarono la “vitis ellenica” da loro portata dalla Macedonia.

Risale al 1167 d.C. il primo documento conosciuto nel quale viene citata la vite in Taurasi che gli Spagnoli chiamavano “Aglianica”. Fu probabilmente proprio nel corso del XV secolo, durante la dominazione aragonese, che a causa della “doppia l” pronunciata “gli” nell’uso fonetico spagnolo, il nome della vite Ellanico si trasformò in “Aglianico”.

Carlo Gesualdo, Il principe madrigalista noto per aver musicato vari testi di Torquato Tasso, secondo alcuni documenti, nacque proprio a Taurasi nel 1566; egli si dedicò particolarmente all’opera di ricostruzione e ristrutturazione della città, abbellendola con nuovi e splendidi palazzi.

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