HOMETEATRO

Party Time: un successo targato Bottega Teatro Aperto

Anche quest’anno – sfidando il caldo mordace – ho avuto il piacere di assistere alla rappresentazione ideata dalla Bottega Teatro Aperto, diretta da Angela Cicala e Salvatore Di Fraia.

Anche per quest’anno la scelta per il saggio finale degli allievi del terzo, secondo e primo anno è caduta su un testo di denuncia sociale di Harold Pinter.
Una Trilogia – quella di Party Time – che punta il dito contro l’antidemocrazia. Angela e Salvatore ne curano regia e adattamento, in un lavoro di cesello che serve a rendere più comprensibile al pubblico un testo spesso ostico, criptico ed ermetico, attraverso il quale “non è facile camminare”, come sottolinea Angela.
La scena si svolge in un ambiente elegante, caratterizzato da vini, cibi pregiati e musiche ricercate. Gli astanti sono immersi in conversazioni superficiali e frivole, incentrate sull’appartenenza a un sedicente club esclusivo, dove esistono alcove sottomarine, all’interno delle quali nuotano giovani donne e uomini bellissimi e dove è possibile essere viziati con cibo ottimo e un asciugamano caldo per rilassare il viso.
Tutti invitano il nuovo arrivato a iscriversi, percĥè il club li isola dal mondo reale, dal suo orrore e dalla sua presunta prosaicità, consacrando la legittimità del pregiudizio e di una disuguaglianza di classe sventolata come una bandiera vittoriosa. Il mondo e la realtà circostante provano a penetrare dall’esterno, per risvegliare le coscienze: un’invitata è indignata da un posto di blocco, che viene definito come un controllo ordinario.
All’improvviso dalla finestra irrompono i suoni dei rastrellamenti: colpi di arma di fuoco; grida imperiose; voci di disperazione, che per i presenti sono un fastidio che li turba appena. Gli uomini definiscono questo “fastidio” come una necessaria fase di transizione verso un regime – al pari di quello alimentare – improntato alla pulizia, alla normalità e a un processo di progressiva “normalizzazione” delle difformità, affinchè il rigore e i valori che contraddistinguono il loro club si estendano a macchia d’olio e divengano dominanti e universalmente accettati. Un’invitata – sfiorata da un barlume di consapevolezza – si giustifica, affermando che loro lì sono al sicuro e ciò che succede fuori non è loro imputabile. Non ne hanno colpa alcuna  Un’altra, visibilmente agitata e confusa, denuncia, a più riprese, la scomparsa di suo fratello Jimmy, ma tutti la zittiscono ripetutamente, con parole dure, mortificandola e schernendola.
Non sembra esserci posto per una stilla di umanità, ma solo per il sessismo, una violenza che agisce sottotraccia, per esplodere episodicamente e sguaiatamente, e un viscido corteggiamento rivolto al potere, cui tutti si prostrano. Le persone esterne al club muoiono di una morte improvvisa, ma lenta, che, a ben vedere, non c’entra nulla con la malattia.
Altre scompaiono improvvisamente – o vengono trascinate via – e non certo verso camere da letto per passione carnale o rivalità amorosa, come alcune credono o vogliono credere. Improvvisamente, l’atmosfera sembra congelarsi: i toni festaioli e le luci colorate lasciano il posto  a un”aria lugubre, divenuta rosso sangue, come le mani e l’anima di chi non vuole vedere e volta le spalle all’altrui vita e sofferenza. Sulla scena appaiono due camerieri, due automi, il cui unico, ripetitivo, compito sembra essere quello di sorridere in maniera ebete e rifocillare meccanicamente i presenti.
Ma, via via, la superficie di quiete e perfezione si incrina, fino ad andare in frantumi, al pari di  quello che accade a un bicchiere. E dall’oblio forzato e imposto – da chi ha tentato di cancellare dignità, identità e memoria – emerge la presenza di Jimmy, ormai consegnato all’altrove come indicato dalle sue candide vesti, dopo averlo privato delle sue emozioni.
Un’opera scomoda – messa in scena con intensità, autenticità e grande forza interpretativa da parte della squadra attoriale. Di brutale bellezza e verità. Ma anche di terrificante attualità.
Ph. Mattia Lemma

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