Si scrive ‘PFM’, si legge ‘la storia del prog rock in Italia’

Solido ed inossidabile come l’acciaio, Franz Di Cioccio è il leader della più longeva band italiana di rock progressivo.

Il periodo tra la metà degli anni ’60 e la metà dei ’70 del 1900 sono stati indubbiamente gli anni d’oro del rock. Gruppi come i Led Zeppelin, Pink Floyd, Kinks, Queen, Doors e tanti, tanti altri, troppi per nominarli tutti, hanno scritto pagine indimenticabili della storia musicale del pianeta in un momento in cui tutto sembrava potesse cambiare davvero. Un fenomeno troppo imponente perché non si dipartissero dal filone principale tanti spin-off, alcuni effimeri, altri più duraturi e significativi.

Una di queste derivazioni più dotata di altre di consistenza all’interno del panorama rock è senza dubbio il rock progressivo o prog rock, dall’inglese progressive rock. La ricerca dei musicisti che diedero vita a questa corrente era incentrata sul tentativo di fondere il sound tipico del rock con atmosfere più ricercate come la musica classica o le espressioni musicali più ancestrali come la musica medievale, celtica e così via.

Il movimento nasce nel Regno Unito e dilaga rapidamente in tutto il mondo, grazie all’apporto di gruppi divenuti poi leggenda come Jethro Tull, Genesis, Emerson Lake & Palmer e gli stessi Pink Floyd, per citarne alcuni. Il sound del prog rock fa un maggior affidamento sulle tastiere elettroniche e sui sintetizzatori, primi fra tutti i capostipiti Hammond e Moog, rispetto a quanto avviene per il rock classico. Inoltre entrano nelle band strumenti tradizionali assolutamente inconsueti per il genere, uno per tutti il flauto traverso di Jan Anderson che caratterizza in maniera così totalizzante le sonorità dei Jethro Tull. Allo stesso modo e nello stesso periodo, il gruppo olandese dei Focus si affida al flautista Thijs van Leer per differenziare il proprio sound.

E in Italia? In Italia non si resta certo alla finestra, il rock progressivo fa presto numerosi proseliti e nascono gruppi destinati ad entrare nella leggenda come Area, che trova nel jazz la sua ispirazione. La voce degli Area è quella di un giovane greco stabilitosi in Italia, Demetrio Stratos. Lo strumento esoterico, lo strumento desueto degli Area è proprio la voce di Demetrio, un’estensione che ha del sovrumano ed una capacità strabiliante di modulare quei suoni a generare effetti incredibili. Una voce pazzesca, quella di Demetrio, una voce spezzatasi troppo presto. E con gli Area nello stesso periodo nacquero il Banco del Mutuo Soccorso, i Perigeo, Le Orme e gli Osanna. E poi la Premiata Forneria Marconi o, per gli intimi, semplicemente PFM. Viene fondata nel 1964 e, per la verità, si chiama, un po’ qualunquisticamente, Quelli. A sottoscriverne l’atto di nascita il batterista Franz Di Cioccio, ed il chitarrista Franco Mussida con la voce, ebbene sì, di Teo Teocoli che tuttavia lascerà poco tempo dopo. Nel 1970 l’incontro con il poeta genovese dei nostri giorni, Fabrizio De André. Il gruppo, che navigava nelle acque della musica leggera, si avvicina al rock progressivo e, per marcare la transizione cambia nome in Krel (un nome non casuale che provoca sicure reminiscenze negli appassionati di fantascienza). Ancora un incontro, nel 1971 questa volta con il violinista Mauro Pagani, ancora un cambiamento di nome e l’adesione decisa al mondo del rock anglosassone: erano nata la Premiata Forneria Marconi.

L’avvicendamento di Mauro Pagani, alla ricerca di nuove strade e di una carriera solistica, con Lucio ‘Violino’ Fabbri è il primo di una serie di cambiamenti che conduce allo formazione con la quale ancora oggi il gruppo incide dischi e suona dal vivo per la gioia di quelli che hanno il pelo grigio ma anche per un numero incredibile di giovani e giovanissimi che amano la musica di questa band dalla storia ultra cinquantenaria. Abbiamo visto con i nostri occhi e sentito con le nostre orecchie ragazzi di meno di vent’anni ballare e fare il coro alla ‘Carrozza di Hans‘, ‘Il sogno di Maria‘, ‘Impressioni di settembre‘  e ‘Celebration’, e poi ‘Un giudice’, Il Pescatore‘ e ‘Volta la carta‘.

Lo confessiamo, a quest’ennesima prova di quanto la musica sia in grado di gettare un ponte non solo tra culture distanti ma anche tra generazioni così lontane cronologicamente ed in quel momento così vicine grazie alle note e alla poesia della PFM e di De André, ebbene sì, una lacrimuccia ci è spuntata, mentre con gli altri gridavamo “… all’ombra dell’ultimo sole, si era assopito un pescatore…“. E su tutti, l’energia, l’allegria, la pura gioia di fare musica di Franz Di Cioccio, il fondatore, classe 1946. Il frontman ha un carisma incredibile, impressionante, travolgente, sul palco canta, urla, balla, trascina, incanta un pubblico tanto eterogeneo quanto, in quel momento, così coeso.

Un concerto grandissimo, un gruppo grandissimo, una musica che è LA musica. E il gioco a rimpiattino tra i generi si fa scoperto quando il violino di Fabbri intona l’ouverture del Guglielmo Tell di Rossini, incalzato dal ritmo forsennato della batteria di Di Cioccio con la chitarra di Marco Sfogli che fatica a stare dietro a quei due pazzi,  o la Danza dei Cavalieri dal Romeo e Giulietta di Prokofiev.

Solo le immagini còlte con la sensibilità che le è propria dalla nostra Juna poteva rendere la magia e la bellezza di quei momenti: il fotoracconto si riferisce al concerto della PFM di sabato scorso, 21 settembre, ad Atripalda in provincia di Avellino. A presto, un abbraccio musicale dal vostro Antonio d’Avino.


Fotografie di Juna Lieto

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