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Siamo pazzi: un’opera in bilico tra saggio e romanzo

Siamo pazzi è il primo libro di Roberto Gargiulo, pubblicato con edizioni Open.

La mia opera prima– racconta l’autore – deriva da una mia naturale curiosità e da una propensione alla ricerca e alla scoperta, coniugate con uno spirito divulgativo. In realtà questo libro nasce come regalo a una mia carissima amica, che si stava laureando al Conservatorio in chitarra. Solitamente, per la laurea regalo ritratti, ma in questo caso era impossibile, a causa delle misure di distanziamento in atto in epoca Covid. Così ho utilizzato quella che allora era una semplice piattaforma online, per delineare le traiettorie di un ritratto di parole e farle un regalo speciale. Poi la piattaforma è diventata una casa editrice e il racconto, dopo una gestazione di tre anni, un romanzo“.
LA FORMA E LA STORIA: UN ESPEDIENTE NARRATIVO A FINI ESPLORATIVI 
Un ibrido tra un saggio sulla chitarra e sulla musica e un romanzo che ha come protagonista Giulia – la cui identità si moltiplica nei volti e nelle fattezze fisiche ed emotive di Roberta e Rebecca.
Una ragazza dai lunghi capelli ribelli, ricci neri, impegnata nel suo viaggio per diventare una musicista.
Un libro che ha anche una sua peculiare colonna sonora. Un percorso in musica – le cui tracce e tappe sono accessibili tramite Qrcode- che idealmente accompagna la protagonista nel suo viaggio di progressiva coscientizzazione e, parimenti, il lettore nel suo percorso esplorativo.
In questo romanzo, Roberto pianta semi di curiosità e di stupore verso ogni campo del sapere umano, scoprendo una verità lampante, ma non banale. Tutti gli ambiti conoscitivi che, spesso, riteniamo sdoganati, ormai familiari e noti, in realtà sovente restano una terra straniera. Qualcosa che sfugge, nella sua essenza, alla nostra reale comprensione. Un po’ come accade con la lo strumento della chitarra, che tutti pensano di conoscere e di saper suonare…almeno un po’.
Un libro dove ogni cosa diventa una scusa, un espediente, per parlare d’altro e dove la protagonista inconsapevolmente, attraverso le pagine, dialoga con il narratore esterno, una sorta di deus ex machina che, a sua insaputa, la critica, la sprona, le parla. Ma in maniera asimmetrica, perché lei non può fare lo stesso. Un narratore che ripudia la tuttologia e, parimenti, un approccio etnocentrico, frutto di un’assimilazione culturale forzata. Pur rifuggendo il nichilismo, rischia di scivolare in un relativismo culturale così estremo da mandarlo in crisi d’identità.
IL RAPPORTO CON IL TERRITORIO
È un libro che valorizza il nucleo urbano di Capua a livello storico e artistico. Che denuncia l’assenza di un Conservatorio ubicato nella provincia di Caserta e, contestualmente, non lesina critiche a tutto il sistema.
Un’ assenza stridente, cui l’autore risponde ambientando la vicenda in un Conservatorio immaginario, dedicato a un grande musicista, operante a cavallo tra il 1300 e il 1400, Antonello Marotta, di cui purtroppo ci restano poche testimonianze, perché non non ne rimangono sufficienti tracce scritte.
Un luogo che vorrebbe recuperare la sua vocazione originaria di questi collegi musicali: quella di dare modo di studiare e di formarsi a coloro che non avevano una famiglia alle spalle, ai meno abbienti.
“In qualche modo – racconta Roberto – sono un ‘pantofolaio’, affezionato al luogo dove abito. Mi piacerebbe che a Capua ci fossero anche realtà culturali dedicate a Martucci, che ha abitato qui, ma la cui casa è in stato di totale abbandono e incuria”.
Resta solo una targa logora e appena leggibile.
Richiamando le parole di Gargiulo, Capua è un museo a cielo aperto, ma poco conoscito.
Meriterebbe che le sue perle storico- artistiche venissero recuperate e valorizzate.
Caserta – continua Roberto – è molto di più della Reggia. Ci sono anche l’acquedotto Carolino della Valle di Maddaloni e le Seterie di San Leucio, che sono legati a doppio filo, in un rapporto di ideale continuità“.
IL RITMO
Un testo ricco di sfumature, il cui ritmo assomiglia a quello di un’opera per pianoforte, dove non basta leggere la musica per conoscere il modo più appropriato per suonarla. Per rispettarne ritmo e intenzione.
Per questo ogni autore – evidenzia – ha lasciato anche delle annotazioni su come voleva che la sua musica venisse suonata. In modo allegro, adagio, con delle pause, per permettere a un altro strumento di entrare in questa polifonia. Con una legatura, conferendo una particolare intensità e importanza a una singola nota. Ma nulla, per esempio, ci viene detto  circa la pressione da esercitare sui tasti e poco conosciamo delle prassi musicali dell’epoca. Lo scarto tra la musica scritta e la sua esecuzione ci restituisce una peculiare interpretazione“.
In controluce, in parallelo alla storia del pianoforte ottocentesco, scorre quella dell’affermarsi del dilettantismo, una corrente in base alla quale ogni nobile amava avere in casa tale strumento e suonarlo a livello amatoriale. Una modernizzazione dell’ antico kalos kai agathos greco. Se in quel caso ciò che era considerato bello era anche buono d’animo, cioè conforme ai valori dell’epoca; in questo caso, chi è nobile di casata e d’animo si dedica a un’arte nobile e raffinata.
UNA BATTAGLIA CONTRO I PROPRI STESSI STEREOTIPI
È uno strumento di autoconsapevolezza. A interessare l’autore è la battaglia intellettuale e concettuale intrapresa anche contro sè stesso, per sollevare il velo sull’aletheia, nella consapevolezza che ogni volta che cerchiamo di etichettare o incasellare un fenomeno, anche musicale, finiamo per snaturarlo, banalizzarlo e renderlo altro da sé.
Siamo noi che per rassicurarciribadisce – vogliamo etichettare la musica in alta e bassa. La musica è sempre musica e attraverso di lei possiamo rompere gli stereotipi, che pure sono umani e legittimi: ci permettono di orientarci nel mondo e di decidere in maniera rapida. Tuttavia, avendo una matrice prettamente culturale, possono essere decostruiti e ripensati“.

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