Streghe da marciapiede: un destino crudele e la scelta di riappropriarsi di sè stesse
Il Teatro Sannazaro, diretto da Lara Sansone, ospita lo spettacolo Streghe da marciapiede, prodotto da Vomeroff e scritto da Francesco Silvestri, per la regia di Stefano Amatucci.
Un’atmosfera che strizza l’occhio alle Streghe di Eastwick, con un pizzico di Dracula di Bram Stoker e un abbondante manciata di gotico com’è nello stile di Anne Rice.
Una squadra attoriale coesa – formata da Gina Amarante, Luisa Amatucci, Miriam Candurro, Antonella Prisco e Peppe Romano – a disegnare le traiettorie narrative ed emotive di una black comedy ironica, graffiante, ma anche amara, commovente, struggente.
Ne sono protagoniste quattro donne: ognuna ha il volto della sofferenza, della marginalità, di chi ha subito violenza e angherie.
La più grande Alba, chiamata affettuosamente Albarella, trae la propria identita dai vicoli di Napoli, che costituiscono le sue radici.
Viene dal Nord Tuna, che è diametralmente opposta. Algida, rigida, giudicante: nasconde la sua fragilità dietro un muro di intellettualismo che trasforma in snobismo. Pervasa da una profonda sofferenza emotiva e fisica, a volte riesce a stento a tenersi in piedi.
Questo suo precarico equilibrio è evidenziato dall’utilizzo di un bastone, oggetto di sostegno reale e metaforico. Porta con sè e dentro di sè – impresse nel corpo e nell’anima – brucianti ferite.
Un regime terribile e opprimente – siamo negli anni ’20, come evidenziato dai vestiti stile charleston di Teresa Acone – l’ha privata della possibilità di amare apertamente, ma anche della sua integrità fisica.
Gina – appellata spesso come Ginetta – viene da un paese della Ciociaria. Vittima di una famiglia disfunzionale, che l’ha vessata, svilita e “raddrizzata” a suon di schiaffi, cova dentro di sé una grande rabbia repressa, che si trasforma spesso in vittimismo e lagne.
Infine Morena: si alimenta della forza e del calore del sole, del mare di miti e dei riti della Sicilia.
Lei, una moderna sirena, intona canti (la paternità di parole e musica è di Michele Fierro) malinconici e ammalianti che conducono ignari e fiduciosi marinai alla morte.
In questo parterre femminile, in questo tiaso saffico, si imbatte uno sprovveduto commissario, che finirà per perdere la ragione, progressivamente avvinto dalle malie e dagli incantesimi delle quattro donne, che rivelano in controluce la loro natura stregonesca.
È lui che viene chiamato a dirimere il caso della morte di un uomo, alto due metri, dalla pelle candida come la luna.
Forse una presenza, a sua volta, soprannaturale, triste e pura. Maledetta e inquietante.
Le quattro figure muliebri gli raccontano che il corpo dell’uomo è prima diventato di cristallo, trasparente e fragile, mentre il cuore, stretto in una morsa, smetteva di battere e scoppiava, in una struttura fisica che si digregava, si sbriciolava come vetro, si liquefaceva, colando nei rivoli rosa di un ideale pianto liberatorio.
Un uomo di cristallo, diventato oggetto e coagulo dei desideri, dei traumi, delle rivendicazioni, delle frustrazioni delle donne, che contro di lui scatenano la loro rabbia. Contro quel potere maschile, quell’iniquo predominio, quella violenza, che le ha rese schiave e che ha tappato loro la bocca, strumentalizzando il loro corpo.
Lo costringono a subire, inerme, il medesimo destino di reificazione.
Di lui fanno il loro giocattolo. Il loro burattino, truccandolo, costringendolo a un amplesso violento, imponendogli di mangiare fino a soffocare.
Gina, rivelando un’identità mefistofelica, amplificata dal disegno luci di Tommaso Vitiello, lo prende a calci e schiaffi, slatentizzando la sua rabbia ed esprimendo il suo senso di onnipotenza, mentre rivendica il dominio verso tutti coloro che, nel corso della sua esistenza, spesso infelice, l’hanno additata come stupida.
Nel dipanarsi della vicenda, le donne non solo ripristinano il loro legame di sorellanza, che l’uomo con la sua presenza aveva turbato, portando con sé un clima di discordia, ma affermano con forza e astuzia anche il proprio diritto legittimo d’esistenza, di autodeterminazione, il loro potere generativo e decisionale.
Loro che non possono nemmemo appellarsi a quel Dio silente e, in qualche modo, connivente di fronte allo scempio esistenziale di cui sono incolpevoli vittime, percepito come maschio e maschilista.
Una bellissima, intensa interpretazione da parte delle quattro attrici. Quattro anime femminili che danno corpo al loro personaggio, ognuna con un’identità distintiva e precisi tratti fisici ed emotivi.
Una convincente ed efficace prova attoriale anche da parte del commissario, che sa tramutarsi da uomo di legge, figlio del Sud, come si intuisce dalla cadenza barese, in voce luciferina interiore.
Peppe Romano incarna una presenza oscura, illuminata da una luce flebile, che dà respiro, in maniera inquietante, all’inconscio ferito delle quattro donne.
Una commedia dai contorni color nero pece, insieme liberatoria e opprimente, divertente e tragica, come lo è, ancora troppo spesso, il destino femminile.

