HOMETEATRO

Una voce umana: al Serra in scena un dilemma etico

Tornerà in scena anche stasera, domenica 6 aprile, al Teatro Serra, alle ore 18:00, Una voce umana di e con Francesca Fedeli, con la co-regia e il co-autorato di Gian Marco Ferone.


Il teatro Serra si conferma uno spazio di sperimentazione e di riflessione sulla realtà che ci circonda.
Una voce umana parte da un vero e proprio dilemma etico.

La protagonista si sveglia una mattina priva della sua voce e – in uno spazio onirico – incontra il suo alterego, un cane in forma antropomorfa ispirato alla figura del filosofo Diogene, che reca una lanterna e che rappresenta proprio la sua voce che si è separata dal corpo e vaga alla ricerca di sè stessa.

In quest’epoca – racconta Francesca – viviamo nell’assenza di un reale pensiero creativo e figurativo, dove un cane non può essere altro che un cane e dove i dialoghi sono più simili a monologhi egoriferiti. Abbiamo scelto di ribaltare l’esperimento di Coctau del 1930 che voleva mostrare come un monologo potesse rivelarsi un dialogo“.

Richiamando le parole della Fedeli non è un caso se la guida della protagonista sia un cane antropofo: un essere che non è del tutto umano.

In dimensione etnocentrica e antropocentrica, dove l’essere umano divinizza il logos, il linguaggio, quale principio generatore di ogni cosa, di ogni forma di comunicazione possibile, questo spettacolo diventa una riflessione su altre forme di comunicazione esistenti che spesso ignoriamo o sottovalutiamo.

Quella degli animali; dei pianeti, con le loro radiazioni; delle piante, con la voce del vento tra le foglie.
Una prospettiva e una visione che si rivela spesso troppo ristretta e monodimensionale.

Siamo filosofi – continua Francesca-. Le nostre riflessioni non vogliono fornire risposte unidirezionali né giudizi, bensì spazi di riflessione condivisi“.

Secondo l’autrice in questo spettacolo la dimensione onirica – l’artificio del sogno – serve a superare le logiche narrative classiche. Una dimensione sensoriale che si affolla di sensazioni e di pensieri silenziosi. Francesca utilizza la sua voce viva solo in un passaggio narrativo in cui interroga sè stessa. Altre volte viene interrogata da un’entità superiore, la cosiddetta Voce delle voci, che le chiede se abbia ancora davvero voglia di trovare una via di comunicazione.

In tutte le altre occasioni – da quando interpreta il cane Diogene a quando intesse un monologo con l’intelligenza artificiale chat gbt – la sua voce è registrata e abbassata di un paio di toni. Sulla scena irrompe un’alternanza di suoni naturali e artificiali che mostra quanto la voce umana registrata attraverso numerosi supporti e tecnologie costituisca l’antefatto di un processo di disumanizzazione.

C’è la voce del piccolo Alfredino dal fondo del pozzo artesiano, un momento intimo rubato e consegnato alla spettacolarizzazione televisiva. Si percepisce il respiro dell’universo in espansione. E ancora la la voce dell’inventore del fonoautografo che per varie decenni è stata oggetto di un fraintendimento, di una sorta di scambio d’identità, perchè si pensava si trattasse di una bimba, la figlia, che cantava una canzone in francese, mentre apparteneva allo stesso inventore, ma appariva distorta perchè registrata e riprodotta a un ritmo doppio rispetto a quello naturale. C’e la voce dell’ultimo cantante castrato, Alessandro Moreschi.
Si ode la la voce di Francesca bambina, che affida a una musicassetta il racconto della sua storia attraverso alcuni suoni.

La voce mi ha affascinato sin dall’inizio – evidenzia –  e oggi, infatti, ho pensato di trasporre questa riflessione in forma teatrale“.

Lo spettacolo diventa anche uno spunto di riflessione sul rapporto tra la voce e la propria identità più autentica; tra il bisogno di mantenere viva la propria memoria consegnandola ai posteri e il rischio di perdere la possibilità di vivere il momento presente nella sua immediatezza.

Le varie fasi oniriche forse verranno interrotte dal trillo finale del telefono, un contatto tra l’interno e l’esterno e un invito a vivere davvero, ritrovando la propria voce – non una voce tra le tante e il senso della propria storia; la propria propria identità e le proprie idee peculiari e distintive.

Ph. Simona Pasquale

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