Via D’Amelio, pubblicate le intercettazioni del falso pentito

Pubblicate le conversazioni di Sacrantino, il “collaboratore di giustizia non pentito” come lui stesso ama definirsi, che depistò le indagini sulla stage di Via D’Amelio. Messe agli atti nel processo contro i tre poliziotti accusati di aver aiutato Cosa nostra, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei.

Dopo aver iniziato la sua collaborazione con la polizia Sacrantino giurò che non gli era stata fatta nessuna pressione, ma dalle intercettazioni emerge tutta un’altra storia. Le registrazioni dei colloquio con i cognati sono finite, ora, nel processo sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio in corso a Caltanissetta. Lo scorso giugno, interrogato dalla difesa dei tre poliziotti sotto processo, in aula Scarantino aveva dato tutt’altra versione.
«Io ero un collaboratore non un pentito. Il pentito si pente delle cose – spiegava Scarantino – Loro attraverso me volevano che nascessero altri pentiti. Per me è stato insopportabile soggiacere a queste torture. Mi convinsi a collaborare con gli inquirenti a causa del terrorismo psicologico che subivo in carcere a Pianosa».

«Tutto il terrorismo che mi hanno fatto, non solo mentale ma anche fisico. E’ stato un cumulo di tante cose», aggiungeva Scarantino spiegando così perché il 24 giugno del 1994 decise di collaborare con la magistratura. In una conversazione con la moglie Sacrantino infatti disse:

«Non ce la faccio più a Pianosa. O mi impicco, oppure inizio a collaborare con i magistrati».

Decise di collaborare per uscire dall’inferno di Pianosa

Le dichiarazioni fatte da Sacrantino al magistrato Annamaria Palma dovevano far sospettare qualcosa ma nessuno ne ha tenuto conto fino ad adesso.

«Mi hanno detto che io sono un collaboratore della polizia non della magistratura», dice il falso pentito della Guadagna rivolgendosi al pm Annamaria Palma. Ma il magistrato, che ha coordinato le prime indagini sulla strage di via D’Amelio, rassicura Scarantino: «No, no. Lei è un collaboratore con tanto di programma di protezione, già disposto dal ministero. Quindi, dalla Commissione speciale, per cui questo suo discorso è sbagliato».
Ma Scarantino ribatte: «non è che l’ho detto io, me lo hanno detto».

Infine parlando con la moglie 

Scarantino fa riferimento «a una macchina dicendo che la vettura è quella e di lasciar perdere quello che dicono gli avvocati». Forse l’autobomba, la 126 imbottita di esplosivo. E aggiunge: «Racconto quattro balle», ma gli inquirenti specificano che «non si capisce il contesto». E, poi «chiede alla moglie di giurare nuovamente sulla vita della figlia che è presente».

 

 

 

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