HOMETEATRO

De(ath)livery: una commedia urticante che ci restituisce la nostra imperfetta umanità

Il secondo appuntamento di Prime di Settimana porta sul palco del teatro Sannazaro De(ath)livery, una commedia “spietata, volgare e violenta“.

A definirla così è Andrea Cioffi, che ne cura drammaturgia e regia, mentre l’idea è di Sara Guardascione. Con loro sul palco ci sono Vincenzo Castellone e Luigi Leone.

I protagonisti, Emilio, Jacopo e Mara, hanno dei nomi autosignificanti, come evidenzia il regista.

Emilio è colui che emula, che finge di essere ciò che non è. Un uomo passivo-aggressivo, che sembra remissivo e docile, ma che in realtà cova una rabbia e una frustrazione corrosivi ed esplosivi. Lo psicologo Reich lo avrebbe annoverato nei suoi casi clinici da manuale. Il suo atteggiamento fintamente accondiscendente è frutto di una gabbia muscolare e caratteriale, sotto cui covano istanze omicide. A tratti palesa un paternalismo che giudica e schiaccia le fragilità altrui.

E’ lui, in effetti  – spiega Andrea – a uccidere tutti. Spinge il rider che finisce con la tempia sulla piramide souvenir. Soffoca Jacopo con gli slip di Mara. Uccide sè stesso ingerendo l’acido, sordo ai blandi avvertimenti della fidanzata. Provoca all’amata uno shock anafilattico attraverso l’ingestione delle mandorle“.

Jacopo è il pedante per eccellenza. Il tallone di Dio, che schiaccia gli altri. In lui l’erotismo e la passione si trasformano in pornografia e revenge porn.

L’aspetto più terribile – continua Andrea – è che lui esperisca questa violenza con superficialità e levità“.

Mara incarna l’amarezza: autoalimenta la propria nevrosi, attraverso un turpiloquio costante, che diventa disturbante anche per il pubblico.

Sono tre espressioni – ribadisce Cioffi – di una violenza generazionale. Una violenza sessuale, una emotiva e una verbale“.

De(ath)livery è il primo capitolo della Trilogia del divano, cui seguono L’appartamento 2B –  che porta in scena un’Amleto contemporaneo, afflitto dal medesimo conflitto tra essere o non essere (da qui il gioco linguistico) – e Boom.

Abbiamo voluto – evidenzia il drammaturgo – che i personaggi rappresentassero altrettante maschere che in qualche modo richiamano quelle della commedia dell’arte. Sono le maschere che rappresentano il disagio dei Millennials, dei Wannabe che vorrebbero essere sempre qualcosa di diverso da ciò che sono. Palesano una cattiva accettazione dei loro limiti e delle loro umane e inevitabili mediocrità e un’eccessiva aspettativa sui loro veri o presunti talenti. Un’aspettativa che li fa sentire speciali“.

Richiamando le parole di Andrea, sono incapaci di amare sè stessi e proprio per questo l’altro da sè. Sono i prodotti di un’ottica e di un’epoca capitalistica ed efficientista di matrice fordista e taylorista. Tutti eccessi che li portano a volersi sentire più furbi, più scaltri e più pronti degli altri.

Non ci concediamo più il tempo per digerire i pensieri – continua Andrea –  Abbiamo perso il gusto di andar lenti, il culto della noia, dell’ozio, della riflessione. Ogni momento libero diventa subito vuoto e sentiamo la necessità compulsiva di infilarci immediatamente un nuovo stimolo, un’altra attività. Siamo sempre under o over qualcosa. E’ come se non ci venissero mai riconosciuti davvero l’esperienza e l’expertise maturati. Da giovani diveniamo direttamente anziani, da scartare

Vite di scarto, di baumaniana memoria, che abitano un tempo che ci vede vivivere costantemente esposti e sovresposti. In contatto esasperato ed esasperante via social, quale che sia la generazione cui apparteniamo: X, Y o Z, e questo genera un angoscia prestazionale ed emotiva pressante e devastante.

Spersonalizziamo le relazioni umane – rincara la dose il regista -. L’erotismo diviene masturbazione e troppo spesso scivola nella pornografia. Questo spettacolo non è un’apologia della morte, tutt’altro. E’ un ammonimento a ricordare che non siamo prodotti con una scadenza. Siamo esseri umani e dobbiamo riscoprire la capacità di stare, per riflettere e capire“.

Tutto parte dalla morte di un giovane rider al suo primo giorno di lavoro, denso di fallaci sogni e aspettative – totalmente sganciati dalla realtà –  ma già ricolmi di vero sfruttamento, praticato da chi, paradossalmente, inneggia alla fiducia “Trust it: Abbi fiducia” .

Non ci è dato sapere neanche il suo vero nome. Lo ricorderemo – erroneamente,  per un terribile scambio di persona – come Edmondo.

Una vita anonima la sua. E altrettanto anonima ne è la morte. Ingiusta, ma quasi macchiettistica nel suo essere surreale.

Niente di epico, nè di eroico.

Paradossalmemente è la morte a restituirlo a sè stesso, conferendogli la possibilità di decidere. Di più: lo rende un deus ex machina, che governa il tempo e, attraverso esso, può agire – divenendo quasi un carnefice – sulle vite altrui. Lui che, rispetto agli altri, non è più cieco. Può rallentare e sorridere. Un tempo e una visione autentica che lui stesso prima si autoprecludeva.

Tutti i personaggi della Trilogia del divano – racconta Cioffi – mangiano cibo cinese. La loro è una bulimia simbolica, indicatore di un’ndipendenza economica monca, che non permette di pianificare il futuro. Simbolo di una soddisfazione estemporanea di desiderio infantili“.

La compagnia teatrale Cercamond, al pari di come farebbero giullari e cantastorie contemporanei, decide di volgere la tragedia in commedia. Di parlare del male di vivere ridendo.

Troppo spesso – evidenzia Andrea – abbiamo bisogno di rinchiudere una storia in un genere specifico. Per parlare di cose impegnate e impegnative scegliamo la tragedia e un tono pesante e greve. Per ridere ricorriamo alla commedia. Per fare satira alla stand-up commedy. Questo rischia di ingabbiarci nei registri di un teatro didattico e didascalico, mentre la vera forza del teatro non è quella di dire esplicitamente, bensì di mostrare in vivo. Di calare lo spettatore in storie fatte di carne e sangue, come se ciò che si racconta stesse accadendo davvero in quel preciso momento. Noi scegliamo di farlo con leggerezza, attraverso l’ordito del divertimento“.

La morte alla fine – come a nascondino – libera tutti, in maniera catartica. Lo fa richiamando l’antica danza macabra dove i morti e i vivi ballano insieme sul confine di due universi. I personaggi – come ribadisce Andrea – solo nella morte trovano la libertà di esistere e di essere sè stessi. Forse ridicoli, ma umani. Altro che rigor mortis. Loro finalmente sono rilassati: liberi dal proprio e dall’altrui sguardo, che si fa aspettativa, giudizio, pregiudizio e stereotipo.

Una black comedy nera come la pece, irriverente, dal ritmo vorticoso. Dove il tempo non conosce pause morte. Si avvolge su sè stesso. Corre in avanti, si ferma. Salta. Torna indietro. Il tutto a uno schiocco di dita del finto Edmondo, che qualche bella schiaffeggiante soddisfazione se la prende, mentre si espone allo sguardo altrui nudo e vero.

In questo ritmo altalenante, gli spettatori ritrovano il tempo e il gusto di pensare. La risata apre sprazzi di riflessione, che dalla bocca arrivano alla mente e al cuore, rendendoci, forse, più autentici e umani.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cultura a Colori