Esercizi di stile: al Sannazaro un elogio raffinato alla forza della parola
Al Teatro Sannazaro arriva un trio attoriale superbo – Emanuela Pistone, che cura anche la regia, Francesco Foti e Agostino Zumbo – che porta in scena un autore i cui testi sono definiti dagli esperti belli, ma ostici, difficili da trasporre in un linguaggio scenico, teatrale o cinematografico.
Sul palco dal 21 al 23 novembre è, dunque, stato il momento di Esercizi di stile di Raymond Queneau, nella versione italiana di Umberto Eco, con la produzione del Teatro Stabile di Catania.
Un omaggio non solo al suo autore, ma anche e soprattutto alla parola, alla sua essenza e sostanza.
Viene declinata in diversi modi e possibilità, mostrando tutta la sua ricchezza, i suoi aspetti palesi e i suoi anfratti di senso e significato.
La stessa storia, un fatterello banale e anonimo, relativo a una lite su un bus di linea, avvenuto a opera di un giovane uomo strano, dal collo lungo e dal cappello ornato da una treccia e non da un laccio, mostra tutta la complessità e, contemporaneamente, la duttilità del lessico, che si infila e sguscia attraverso numerose figure retoriche.
Che sia allegra, onomatopeica, poetica – tra un’ode e un sonetto – volgare, ingiuriosa, qualcosa di tattile o contadino. Un ellenismo o un’apocope, il trio maneggia la parola con cura, passione, arte e mestiere, in maniera magistrale.
Il pubblico è trascinato in un vortice, divertito, affascinato, a tratti frastornato, da ben 40 variazioni sul tema.
Tra corse a perdifiato, intervalli sapienti e pause ad arte, Agostino, Emanuela e Francesco conducono questo gioco lessicale in maniera eccelsa.
La loro forza interpretativa incanta, tenendo in perfetto equilibrio il livello verbale e quello paraverbale.
Non è solo questione di saper declinare la parole, che viaggiano su ritmi e toni diversi, ma di farle incontrare con la gestualità, i movimenti e la mimica.
Un po’ giullari, un po’ clown e saltimbanchi, i tre attori – in maniera affiatata e sincronizzata con grazia, tra frizzi e lazzi – recuperano e valorizzano la tradizione dei mimi. Dei mimi hanno l’anima e la comunicatività, prima ancora dei visi ricoperti di biacca e imporporati di rosso acceso. Ne nasce una lezione di comunicazione e di linguistica, ma senza che ci sia bisogno di salire in cattedra. Non c’è spazio per il tono didascalico.
I tre artisti sanno essere virtuosi senza indulgere in virtuosismi, in eccessi autocompiaciuti.
Sanno declinare le infinite varietà dell’universo della parola, senza inciampare nella retorica, ma con tutto il portato di freschezza e immediatezza del teatro. Ne scaturisce un risultato molto dinamico, dagli effetti dirompenti, esaltati ulteriormente dal progetto luci e dalle animazioni grafiche di Gaetano La Mela, con i costumi di Riccardo Cappello.
Il loro omaggio a Raymond Queneau ci parla del coraggio di affrontare una sfida impegnativa e della capacità di vincerla grazie al gusto autentico dell’interpretare. Perchè… su dai, in fondo è tutta questione di stile!
La canzone finale della Banda Elastica Pellizza ricorda l’importanza di scegliere con cura le parole, affinchè possano consolare e unire.

