Per fede o per amore: Giulia Nemiz scuote le coscienze al Serra
Per Fede o per amore: sono le due ragioni che spingono Doha a fuggire da un Aleppo, teatro della barbarie, delle angherie e dell’estrema violenza dell’isis assieme al suo fidanzato.
Giulia Nemiz Gregory dopo aver partecipato alla IV edizione del Premio Serra Campi – Flegrei, torna a calcare le tavole del palcoscenico del teatro Serra, dove sarà in scena anche stasera, domenica 25 gennaio, alle ore 18:00.
La regia dello spettacolo è a cura di Gianmaria Martini, con la consulenza artistica di Paolo Antonio Simioni. Gianmaria Martini sarà anche nel cast di Portobello, la miniserie TV, diretta da Marco Bellocchio, ispirata al caso giudiziario di Enzo Tortora, distribuita da HBO.
Un viaggio rimandato a lungo e lungamente progettato con la speranza di trovare in un Paese lontano – dove nessuno conosce l’arabo o lo mal digerisce, ma dove c’è una voce amica – quella tranquillità e quella normalità che ormai è solo una chimera in patria, in cui nonostante tutto la ragazza sogna di ritornare un giorno, per riabbracciare le sue radici.
Con il suo fidanzato ha sognato a lungo il matrimonio e una casa semplice: tre stanze e un giardino, dove vivere momenti di autentica condivisione assieme alla madre, alla sorella, al fratellino, all’amica di sempre e a quel padre che oggi appare umiliato e con gli occhi bassi, troppo spesso taciturno, ma che lei ambisce a far felice.
A renderlo nuovamente orgoglioso. Fugge Doha, da un clima terribile, dove si crocefiggono esseri umani innocenti in piazza, come dimostrazione di un potere vile e privo di pietà. Solo per poter infliggere dolore agli altri, incolpevoli e inermi di fronte alla ferocia, gentili, sempre generosi, come il fruttivendolo che spesso regalava alla sua mamma la frutta e la verdura avanzata nella giornata.
Fugge per ridare speranza e corpo ai suoi sogni. Ma di nuovo essi si infrangono contro la furia delle onde del mare, affrontato su barche di legno fatiscenti, poco più resistenti di quelle di carta.
Ed è disperazione che si aggiunge alla disperazione; urla; freddo che morde la carne e l’anima; occhi rossi di lacrime e bruciati dal sale, come quelli dell’anziano nonno che le consegna in braccio Masa, per poi lasciarsi affogare tra i flutti.
Doha è madre all’improvviso e senza averlo scelto. Custode di una piccola vita attaccata a lei – di cui avverte tutto il peso fisico, emotivo e di responsabilità – proprio mentre il suo sogno d’amore perisce per sempre.
“Nell’ambito della IV edizione del premio Serra – racconta Giulia Nemiz Gregory, l’attrice protagonista, che ne cura anche la drammaturgia – ho presentato un monologo breve. Il progetto si innestava su un altro iter narrativo, dove avevo avuto a disposizione una storia vera: la biografia di una ragazza da trasformare in drammaturgia. Quando il progetto primigenio si è concluso non ho voluto abbandonarlo, perchè di questa donna mi aveva colpito la profonda umanità, il rispetto per la vita. La sua capacitá di non mollare mai“.
Giulia, però, comincia ad allontarsi dalla storia vera, come spiega, non per collocarsi a una distanza di sicurezza, ma per rendere la narrazione più universale. Si documenta sulla questione politica; legge romanzi come Ogni mattina a Jenin.
Nel suo racconto si percepisce una voce che racconta di tanti luoghi e tante storie: a Gaza, in Sud Africa, in Tunisia, in Afganistan… Una voce che si mescola alla sua, con potenza e autenticità.
Per un attimo la sua identità si confonde con quella di Doha e persino la persona più distaccata si trova proiettata in quei luoghi e ne risulta scossa.
Con voce pacata racconta alla piccola Masa della sua e della loro storia, per restituirle un frammento delle due origini, delle sue radici, della sua identità, dei suoi affetti.
“Per una precisa scelta registica e drammaturgica ho scelto di ricorrere a una dicotomia – evidenzia – dove ho alternato il racconto, tipico del teatro di narrazione, con flashback in cui volevo che la protagonista rivivesse specifici momenti, di cui parla, non a caso, al presente“.
In quei momenti è come se la quarta parete cadesse e lo spettatore non fosse più tranquillo sulla sua poltrona e a distanza di sicurezza, ma si ritrovasse in quelle situazioni, sentendo sulla pelle il medesimo dolore lacerante, toccando il sangue che scorre e le carni dilaniate.
I gesti di Giulia da minimi e misurati divengono iperbolici, disarticolati. Gli occhi si accendono e si riempiono di lacrime. La voce diviene un urlo acuto che lacera un silenzio, spesso connivente e colpevole.
“La funzione dell’arte in generale – rimarca l’autrice e attrice – e del teatro, in particolare, è politica, etica ed estetica, perchè genera bellezza. Mentre il linguaggio giornalistico parla alla parte razionale, il teatro arriva a quella irrazionale ed emotiva. L’effetto emozionale è quello di scuotere e risvegliare le coscienze, producendo nello spettatore la cosiddetta catarsi aristotelica”.
Ph. Simona Pasquale









