Respiro piano: al Sannazaro la storia di una donna che sceglie sè stessa
La scrittrice Margaret Atwood, autrice dal profondo impegno civile e di denuncia scrive :” Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro. Le donne hanno paura che gli uomini le uccidano“.
Respiro piano è andato in scena al Teatro Sannazaro il 18 e il 19 novembre scorsi. Ne ha curato la drammaturgia Piera Russo assieme a Nicola Maiello.
Lo spettacolo è un progetto Emotiva con il sostegno di Teatro Segreto, le musiche sono di Frankie Broccoli e Francesco Granatello, la scenografia di Rossella Pugliese – laboratorio scenografico Alovisi, il disegno luci di Marco Ghidelli. L’aiuto regia è di Carolina Romano, con la collaborazione artistica di Elena Starace.
Racconta una storia potente che è il frutto della rielaborazione di storie e di memorie individuali e collettive che Piera Russo, autrice, regista e interprete di questo spettacolo, ha raccolto e ha cucito insieme con grande consapevolezza e intensità.
” Ho voluto – racconta -ricostruire fedelmente il contesto storico- sociale attraverso le storie di un piccolo paese, in particolare di San Nicola La Strada. È fondamentale valorizzare i ricordi tramandati e custoditi, propri di quell’epoca. Frammenti di vita vera, rievocati attraverso narrazioni orali e interviste agli anziani del luogo, a partire da mia nonna. Anche la parlata, la lingua utilizzata, è quella di San Nicola La Strada. Non l’idioma attuale ma quello degli anni ’50“.
La protagonista del racconto è Matilde, incarnazione dell’infanzia, della sua spontaneità, purezza ed esuberanza.
Una bambina allegra, vitale, curiosa, che ha fame di vita e vuole capire, sentire, dare un senso alle cose, come ricorda a più riprese Piera che le conferisce anima e fattezze.
Ha voglia di entrare a contatto con il mondo ed è pulsante di vita. Incontriamo sin da subito anche la Matilde donna che, durante lo spettacolo, vivrà un processo di presa di consapevolezza e di emancipazione. Quindi cambierà letteralmente pelle in scena.
Inizialmente vediamo una figura muliebre spaventata, schiacciata dal peso del passato. Non solo dagli abusi che ha subito, da quello che le è stato fatto, ma anche da un sentimento di disgregazione. Si sente paradossalmente in colpa. Di più : non solo colpevole, ma anche sbagliata.
Si ritiene responsabile di ciò che le accade e pensa di essere lei che ha innescato le reazioni brutali di chi le ha provocato ferite nel corpo e nell’anima. Ancora non riesce a capire il perchè.
L’autrice, regista e attrice – che dipinge così il personaggio nelle due fasi chiave della sua esistenza – ribadisce, però, che la storia narrata non parla solo di violenza fino a sè stessa e di sopraffazione, ma rappresenta soprattutto un processo di coscientizzazione progressiva.
La protagonista, infatti, prende coscienza della sua storia, la accetta, decide di non rimanere prigioniera di una cultura familiare che le è stata imposta e cucita addosso.
Sceglie consapevolemente di tagliare i ponti con il passato e di dare voce al suo dolore, invece di nasconderlo, come hanno fatto tutti, con le proprie emozioni, nella sua famiglia. In questo modo, diventa sè stessa e si riapre alla vita e al mondo, rappresentato dal pubblico.
Matilde accetta – come evidenzia la Russo – che la sua diversità di sangue sia anche una diversità di anima e sostanza.
“Matilde – evidenzia l’autrice e attrice – sceglie la vita, la sua vita, e ripudia definitivamente un universo connotato dall’esercizio di un potere bieco e viscido e dalla sopraffazione. Riconosce con orgoglio la sua diversità, il suo essere lo scarto dalla norma. La sua difformità che la rende una persona migliore rispetto agli altri. La sua non appartenza a una famiglia, dove prevalgono ragioni utilitaristiche“.
Perché lei non è figlia di un padre – tiranno, bensì di un sole accogliente, caldo, gentile nei modi e dal fare incoraggiante. Di colui che non schiaccia le persone bensì le valorizza.
La storia di Matilde è anche la storia di un familismo amorale, cioè di una mentalità patriarcale, arcaica e utilitaristica, dove la famiglia è anche un’azienda e, quindi, ogni elemento deve avere un suo ruolo e garantire al capofamiglia un tornaconto spinto fino alle estreme conseguenze.
Quindi, questa figlia abusiva deve ripagare chi le ha messo il piatto a tavola. Deve scontare la sua onta nel peggiore dei modi, perchè è diventata motivo di maldicenza e mormorii per il patrigno, che ne ha fatto un’ossessione.
Deve saldare il conto e soddisfare la sete di vendetta dell’uomo che l’ha cresciuta a suon di divieti, offese e botte, nella maniera più subdola, orribile e viscida. Tutto, però, deve avvenire nascostamente, nell’ombra.
Le apparenze devono rimanere integre.
Così è anche per la madre di Matilde, che pure ha provato a ribellarsi a un matrimonio imposto e di convenienza. Ha dovuto comunque mantenere in vita un’odiosa allenza familiare che le potesse garantire una mesata, come sottolinea la nonna, pur scegliendo l’amore e la passione, in maniera provocatoria e sovversiva per l’ordine costituito.
Alla fine, come sottolinea la regista e autrice, compie una rivoluzione a metà in quella famiglia – fantoccio, di cui deve accettare regole svilenti, segreganti e abominevoli.
Anzi, diviene contemporaneamente vittima e carnefice di questa situazione. infatti, vive reclusa per evitare le chiacchiere della gente – per risparmiare probabilmente anche alla figlia frecciatine, maldicenze e dispiaceri. Ma in questo modo inibisce la sua legittima vitalità e la sua veracità.
Vive in una situazione di morte simbolica e sociale, per non cedere alla tentazione di dire una parola di troppo, che potrebbe diventare per lei motivo di ulteriore violenza e addirittura di morte.
Matilde, al contrario, romperà definitivamente questo copione familiare, nel momento in cui deciderà di uscire allo scoperto, di dichiarare apertamente, ma anche orgogliosamente, le sue vere origini e le sue radici.
Il titolo dello spettacolo, Respiro piano, indica ciò che Matilde è stata costretta a fare fino ad allora: a non esistere, ad avere solo un respiro lieve, quasi impercettibile, per non dar fastidio e per non far rumore in quel microuniverso che la rifiuta.
Quel respiro viene mozzato, nel momento in cui su di lei vengono perpetrate varie forme di violenza, fino alla più impensabile e inaccettabile.
Ma lei sceglierà la strada della trasformazione: di non restare confinata nel silenzio e definita da quell’abominio. Di conseguenza, quello stesso respiro avrà il permesso di diventare lento e di scendere piano dentro al corpo.
” È il corpo – spiega Piera – il grande protagonista di questa storia e di questo spettacolo“.
L’autrice riesce a realizzare una veritiera ricostruzione di un preciso contesto storico-sociale. Di un’epoca di ieri che si rivela spesso attuale in certi quartieri e paesi.
Piera cuce varie storie che divengono una sola.
” Volevo raccontare una storia forte – dice – che diventasse esemplificativa, arrivando fino alle estreme conseguenze. Il marito padrone probabilmente agisce così non perché gli interessi davvero sua moglie, in nome di un amore ferito e tradito. Ma perché agli occhi della gente deve riaffermare il proprio potere assoluto, la propria supremazia prevaricante. Bisogna ricordarsi che in quel contesto, spesso, le donne venivano picchiate selvaggiamente anche se c’èra solo il sentore di un tradimento, magari frutto di una spiata subdola e fasulla. Spesso si veniva punite anche solo per un comportamento giudicato inadeguato“.
Nel costruire la drammaturgia, il corpo stesso le ha suggerito la strada da intraprendere.
Sono proprio il corpo e la voce – uno strumento privilegiato nel teatro di Piera Russo – a dare sostanza alla storia. L’armadio stesso – quello dentro cui la protagonista si nasconde, immaginando mondi abitati da fate e folletti, per sfuggire alla violenza, ma che poi diventerà scenario e testimone della perdita dell’innocenza – rappresenta l’incarnazione simbolica del corpo violato.
“Il corpo – continua Russo – è, al contempo, custode della vitalità. Io mi esprimo facilmente e in maniera naturale attraverso il corpo, ma ho capito che in questo frangente il corpo era particolarmente funzionale e coerente con quello che stavo raccontando. Serve non solo a farmi attraversare la storia, ma a farvi entrare il pubblico. È testimone della trasformazione di Matilde, della sua decisione di scegliere sè tessa“.
Richiamando le parole dell’autrice, il medium corporeo trasmette una sensazione visiva. È fondamentale per dare anima e sangue alla storia, senza scadere nel tono didascalico. È messo totalmente al servizio dello spettacolo.
Piera Russo dà vita a un’opera coraggiosa, in cui si percepisce che batte un cuore autentico.
Attraverso il suo corpo che si muove e anima lo spazio, la voce che cambia e i gesti, il palco si trasforma con estremo dinamismo. Il teatro, secondo gli addetti ai lavori, non deve spiegare, bensì mostrare.
Prende vita, cosi, una storia individuale, ma anche collettiva. Il respiro di un’epoca che si muove tra passato, presente e futuro e mostra la strada di una ribellione possibile.
“Attraverso il corpo – ribadisce Piera – io riesco a capire e a carpire l’emozione più autentica. La vivo e la faccio vivere al pubblico“.
Un corpo che disegna il perimetro dello spazio. Un corpo che salta, si avvolge su sè stesso e nelle cose. Un corpo vitale, palpitante, che sente lo sforzo, il dolore, la fatica. Ma che esiste e resiste.
Gli oggetti scenici – il cesto che custodisce i pomodori per fare la salsa; il velo della comunione che diventa possibile vestito da sposa, trama che avvolge, ma anche sudario dei propri sogni; il grammofono che solitamente è uno strumento che allieta le giornate e che, proprio perchè è scrigno di magia, viene precluso alla bambina.
Strumenti simbolici, ma soprattutto evocativi.
Il primo pubblico con cui Matilde si apre e si confessa è rappresentato dagli operai, dai trasportatori, che stanno sgombrando la casa, e che la aiutano a fare pulizia non solo fuori, restituendole lo spazio vitale, ma anche dentro sè stessa, contribuendo a curare quelle ferite che divengono tracce identitarie.

