Suspire d’ammore: al Serra musica e parole si impastano per dar vita a un vero e proprio incanto
Anche stasera, domenica 9 novembre, alle 18:00 tornerà in scena al teatro Serra Suspire d’ammore con Elisabetta d’Acunzo, accompagnata dalla chitarra classica del Maestro Aniello Palomba.
Elisabetta traccia le rotte dell’amore che dalla città di Napoli, protagonista e musa ispiratrice, si muove verso il resto del mondo, attraverso una serie di suggestioni e risonanze.
Un rapporto viscerale quello con la città, di cui Elisabetta ama le luci e accetta le ombre.
“Con questa città non litigo mai – evidenzia – ma sono profondamente dispiaciuta per le sue potenzialità inespresse, che richiamo nel brano in cui racconto della marcescenza della sirena Partenope. Però non ho voluto chiudere con quell’immagine, bensì richiamarne comunque la bellezza, attraverso l’odore del mare e delle cerase di Carlo Faiello“.
L’energia sprigionata dalla voce, dalla mimica e dai gesti di Elisabetta è concentrata, ma potente. Parte da gesti minimi e poi si espande con eleganza e consapevolezza.
Dal viso estremamente espressivo fluisce verso le mani che, con pochi gesti misurati e potenti, conducono lo spettatore verso il mare, lo fanno affacciare da una finestra, lo lasciano accomodare accanto al letto della persona amata o lo guardano mentre passeggia nei vicoli partenopei.
È un’energia profondamente descrittiva e immaginifica che offre l’affaccio sul dentro e sul fuori delle case, con i loro giardini pensili, il sole che batte sui vetri in mille riverberi e la luce pallida e sognante della luna.
Non a caso, in un allestimento scenico mininale, le quinte alle spalle di Elisabetta e del Maestro Palomba sono costituite da una cortina luminosa, a ricordare un cielo trapunto di stelle e di sogni che brillano.
L’energia in crescendo scorre lungo il corpo che diviene centro propulsore di emozioni.
“Lo spettacolo – racconta – è tagliato e cucito su di me. Sul mio modo di vivere le emozioni e di immergermi in esse. Però, di fronte alla sofferenza, arriva anche il momento di una necessaria presa di distanza e di una salvifica razionalizzazione“.
Dell’amore Elisabetta canta e incarna tutti i visi e i risvolti: tenero, malinconico irriverente, impetuoso, tormentato, tagliente, struggente, geloso, traditore.
“Ho voluto proporre – ribadisce – un viaggio attraverso il tempo, partendo dal ‘700- ‘800, il periodo d’oro della canzone napoletana, fino ad arrivare alla contemporaneità con Nino D’Angelo e Carlo Faiello. Ho cercato di selezionare anche canzoni meno note, che non avevo mai eseguito prima“.
Elisabetta con la sua vivida potenza interpretativa fa palpitare le parole e ci racconta della genesi della minestra maritata, in cui la carne si scioglie e si fonde con le verdure.
Un monologo scritto dal giovane autore, regista e attore partenopeo Francesco Rivieccio, che fa percepire i colori e gli odori di questa zuppa dalla cottura lunga, paziente e lenta. Sembra quasi di vedere l’assembramento di gente fuori alla porta del chianchiere, richiamata da quel profumo invitante, che fa venire il vulio.
Metafora della forza pacificatrice del compromesso e dell’accordo che sconfigge il conflitto, attraverso il dialogo e un pizzico di furbizia femminile.
Così la sapienza nel saper trattare le carni, dentro e fuori la cucina, e il vigore rubizzo di chi lavora la terra – con un viso che ricorda un quadro dell’Arcimboldo, come rimarca Elisabetta – fanno pace.
La D’Acunzo racconta, rifacendosi a Matilde Serao, dell’amore intenso tra Capri, giovane nobildonna che si gettò tra le onde del mare, diventando un’isola lureggiante, e Vesuvio, un uomo passionale che, privato coattivamente dell’amore, cominciò a gonfiarsi per la rabbia, a ribollire di passione e a fumare di ira repressa. Rievoca la triste storia di Ciucculatina da ferrovia, accarezzata voracemente da cento mani estranee, ma mai davvero amata. Un fiore che resiste in mezzo al deserto dell’indifferenza, della bruttezza e della durezza della vita.
In questo percorso è accompagnata magistralmente dalle note sprigionate dalla chitarra del Maestro Aniello Palomba, con cui fa squadra. Palomba pizzica le corde dello strumento e ugualmente quelle del cuore degli spettatori, producendosi in uno struggente assolo.
Lo spettatore tocca in vivo come nel vasto patrimonio canoro e culturale partenopeo sia custodita una serie di storie che ritroveremo in altre epoche e parti del mondo: la Sally di Vasco Rossi o il Romeo e Giulietta di Shakespeare.
L’amore non è solo quello idealizzato, ma anche quello molto concreto, nutriente e carnale. Ecco perchè irrompe in cucina e si impasta con i vari ingredienti.
Ci sono le donne – ma non solo – a esserne muse e protagoniste.
Quelle che si ribellano a canoni restrittivi e a imposizioni, anche nelle situazioni più dolorose, affrancandosi così da odiose vessazioni.
“Il messaggio che lancio alle donne – riflette – forse è lo stesso che cerco di trasmettere a mia figlia. Un’esortazione a essere forti, indipendenti, a coltivare con consapevolezza la propria autostima, attraverso la conoscenza e la coscienza di sè. A farsi attraversare e forgiare dalle inevitabili e necessarie sofferenze che la vita riserva. A dimostrare personalità e ad essere di carattere“.
Il Serra, ancora una volta, si fa sipario di uno spettacolo forte, intenso e di eccelsa qualità.












ph. Simona Pasquale

