HOMETEATRO

Ninfa Plebea: un’intensa e folgorante storia di abuso e di una salvezza possibile

In Sala Assoli, nell’ambito del Campania Teatro Festival, è andato in scena lo spettacolo “Ninfa plebea“, libero adattamento, tra parole e musica, del romanzo di Domenico Rea, realizzato con la consulenza della figlia Lucia Rea.

La rappresentazione di e con un’intensa e autentica Rosalba di Girolamo , che oltre a essere in scena ne cura anche adattamento e regia, racconta il tema dell’abuso, con un linguaggio crudo e visionario. Ma – come chiarisce Rosalba – sceglie di farlo in un luogo protetto, sospeso tra realtà e finzione: quello della favola. Una delicata azione di metateatro che provoca brividi di emozione.
Con Rosalba in scena ci sono: Antonello Cossia, Annalisa Madonna (voce), Jennà Romano (musiche dal vivo) e la giovane Luna Fusco.
Le favole hanno un forte valore iniziatico e sono popolate da personaggi fatati come orchi e streghe, che introducono i bambini a temi forti come per esempio, quelli della violenza e della morte. La loro funzione è anche  apotropaica: ci aiuta a conoscere i volti del male – anche quelli celati dietro apparenze innocue – ma al contempo li tiene lontani.
Le fiabe, però, hanno un’altra funzione fondamentale, rifacendosi all’approfondimento tematico della Di Girolamo – perchè fanno intravedere anche la possibilità di salvarsi, attraverso la capacità di discernere per poter scegliere in maniera consapevole, autoderterminandosi.
Richiamando le parole della regista, siamo chiamati a educarci e ad educare ed è per questo che non solo è necessario proteggere i bambini dalle forze Oscure ma anche insegnare loro come distinguere ciò che fa bene da ciò che fa male.
Quelle che spesso vengono bollate come streghe sono in realtà donne fiere, che non vogliono sottomettersi, non irregimentate, che pagano il fio di essere autentiche, genuine, pure e istintuali.
In questo ambito narrativo  la regista sceglie di instaurare un dialogo possibile tra due universi: quello maschile e femminile che riescono a connettersi attraverso la figura del nonno, un uomo evoluto ed equilibrato, che rifugge banalizzazioni e luoghi comuni, come sottolinea l’autrice dell’adattamento, incarnazione di saggezza, capacità di ascolto e intelligenza emotiva.
La musica amplifica e dilata le emozioni: quelle degli attori e quelle del pubblico, evoca più che raccontare, mantiene i toni, in un precario ma potente equilibrio, in bilico tra crudezza e leggerezza.
Lo spettacolo è un invito a ritrovare l’incanto, come evidenzia la Di Girolamo, non per buonismo, ma per opporsi a ciò che è brutto e violento, contrapponendovi bellezza e gentilezza.
Voglio citare le parole dello scrittore e sceneggiatore Angelo Petrella che, con un’intensità accecante, riesce a restituirne la forza: “Ninfa plebea è spettacolo che ti avvinghia e non ti lascia. Tempi drammaturgici, musicali e spazi di azione perfettamente calibrati […] Non era semplice mettere in scena un’opera così arcaica e moderna, corale e fiabesca, sanguigna e carnale. […]. La straordinaria Rosalba Di Girolamo s’inventa una regia fatta di oggetti minimi, efficaci, folgoranti“.
Così come esistono “Fate ignoranti” , ugualmente esistono ninfe che non nascono nei boschi che le proteggono, non sono eteree. Non hanno la pelle diafana e gli occhi sognanti. Sono plebee: hanno gli occhi profondi e tristi come pozzi; sono cresciute troppo in fretta; hanno le mani e i piedi sporchi di terra; i vestiti logori; l’indole rinselvatichita. Qualcuno, colpevolmente, ha cercato di sporcare anche la loro innocenza e la loro anima.
Ora passiamo la parola proprio a Rosalba.
D. In che modo la favola serve a raccontare le brutture della realtà ma anche gli angoli di speranza?

R. La favola è lo strumento iniziatico per eccellenza, perché racconta la realtà nelle sue contraddizioni in modo chiaro e simbolico. Permette di affrontare temi difficili –come l’abuso – all’interno di uno spazio protetto, quello della finzione, senza esserne travolti. I personaggi sono netti: l’orco è l’orco, la vittima è la vittima. Questa chiarezza non banalizza, ma aiuta a riconoscere le “brutture” del mondo e a difendersene. Allo stesso tempo, la favola lascia sempre uno spiraglio di speranza, mostrando i colori della vita anche nei momenti più bui, e ci offre la possibilità di riscrivere il finale.

Abbiamo voluto trasformare la storia di Miluzza in una favola iniziatica non solo per rendere omaggio al linguaggio del cunto, tanto amato da Rea, ma anche perché un argomento così doloroso richiedeva una forma capace di proteggere il racconto e le emozioni, senza attenuarne la forza. La favola, con la sua simbologia essenziale e i suoi confini netti, ci ha permesso di raccontare il dolore senza soccombergli, per toccare con levità l’animo degli spettatori. Perché anche nelle storie più dure può nascondersi un seme di speranza, e nella finzione può emergere una verità autentica e trasformativa.

D. Perché proprio il nonno è il deus ex machina?

R. Nel romanzo si delinea nel Nonno la figura di un uomo evoluto, che si distingue in uno scenario di banalità e luoghi comuni. Nonostante il gap generazionale con la nipote, il Nonno possiede cuore e intelligenza emotiva, e per questo vede le cose con chiarezza ed equilibrio, incarnando quel maschile illuminato di cui abbiamo tanto bisogno. Nei miei lavori, spesso incentrati sull’universo femminile, ho voluto aprire un dialogo profondo tra il punto di vista maschile e quello femminile; in questo spettacolo questa esigenza si concretizza soprattutto nella drammaturgia. Raccontare la storia solo dal punto di vista di Miluzza adulta, in cui naturalmente ho voluto riconoscermi, non mi sembrava sufficiente a rendere giustizia alla complessità delle relazioni che emergono dalla sua esperienza.

Il Nonno racconta a Miluzza la favola di se stessa, incarnando i vari personaggi che incontra, assumendo il ruolo di padre, amico e compagno: un passo indietro, per illuminare la strada e facilitare il cammino di chi ama. La relazione tra Nonno e Miluzza è un legame profondo e costruttivo che li fa crescere entrambi, indipendentemente da come andrà a finire. Di questo tipo di rapporti abbiamo bisogno.

D. Le caratteristiche di Ninfa Plebea sembrano incrociare la resilienza e lo sguardo lucido, ma pieno di incanto, di Anna Frank; la sfrontata sensualità, mista a innocenza, di Gabriella garofano e cannella di Jorge Amado; l’autenticità selvaggia e solitaria di Dell’Amore e di altri demoni di Gabriel Garcia Marquez. Qual è, secondo te, la peculiare caratterizzazione queste storie e, a ben vedere, anche di questo personaggio?

R. Tutti i personaggi che hai citato si muovono in un mondo costellato di pregiudizio e norme sociali inappellabili, mondo del quale rappresentano l’altra possibilità , dunque la diversità potenzialmente sovversiva. Per questo sono osteggiate, umiliate e combattute, in modo più o meno manifesto, ma sempre feroce. Sono tutte donne, forse perché il femminile è metafora della forza indistruttibile della purezza; sono eroine, in quanto offrono la propria vita, in modo figurato o concreto, pur di non scendere a patti con l’orrore e l’ottusità nelle quali sono immerse. Questo luogo incontaminato di purezza, può essere tanto un varco in cui può insinuarsi l’abuso, quanto il punto di partenza di una profonda rivoluzione. Ed è questo il luogo che spesso mi trovo ad osservare nel raccontare le storie.

D. Come colloquiano le note e le parole?

R. Il linguaggio musicale, immediato e potente, amplifica l’emozione e arriva dritto al cuore. Nel nostro Ninfa Plebea la musica è stata scritta in parallelo al testo, con cui dialoga strettamente, raccontando soprattutto i momenti narrativi più intensi come la morte, l’abuso e l’abbandono. La musica evoca passaggi descrittivi complessi; quando abbiamo preferito evocare più che narrare; in particolare il tema sessuale, che permea la storia, è suggerito in musica con leggerezza e crudezza. I momenti musicali sono composizioni originali o rielaborazioni, nati da una fertile collaborazione con Annalisa Madonna e Jennà Romano, e fondono canti tradizionali con sonorità moderne, richiamando il mondo magico e brutale della favola.

 D. Su cosa ha puntato l’adattamento tra fedeltà e innovazione?

R. La scrittura dell’adattamento è stata portata avanti attraverso un fertile scambio con la figlia dello scrittore. Amo la scrittura di Rea, viscerale, ultramoderna e internazionale, e desideravo – ma temevo – lavorare su un’opera così potente. Al nostro primo incontro, Lucia mi ha detto: “Ninfa Plebea è un romanzo sull’abuso.” In quel momento ho capito che condividevamo lo stesso obiettivo: restituire questo aspetto, nascosto come un prezioso segreto nel romanzo.

L’adattamento si fonda su un doppio livello narrativo: il Nonno racconta a Miluzza una favola parallela alla sua vicenda di vita, mentre gli stessi incarnano i personaggi chiave della storia. Ho scelto uno sviluppo differente, ispirato da un racconto di Rea che anticipa Ninfa Plebea, volendo al contempo mantenere intatta l’anima dell’opera. Si tratta dunque di un adattamento fedele al senso profondo del romanzo, che al tempo stesso dialoga in modo personale con il presente.

D. Cosa ha da dire sul presente Ninfa Plebea?

R. Come mi ha detto Lucia Rea, “Ninfa Plebea è un romanzo sulla purezza”, sapientemente nascosta nelle pieghe di un linguaggio crudo e visionario.

Viviamo una fase particolarmente oscura del mondo. Ma non possiamo permetterci di diventare cattivi o tristi. Dobbiamo preservare la purezza del nostro incanto, e non per buonismo, ma perché se non ci impegniamo in questa direzione l’umanità rischia l’estinzione, e non solo in modo figurato. Il nostro spettacolo racconta un mondo oscuro all’interno del quale, però, esiste una possibilità di scelta. Tra le ultime battute ne risuona una che è ormai entrata nel mio vocabolario: dobbiamo imparare a distinguere tra puzze e profumi. Siamo chiamati ad educarci, ed educare, ad affinare il discernimento tra ciò che fa bene e ciò che fa male a noi e al mondo. Nella storia di Miluzza questa incapacità di discernimento apre il varco per l’abuso. Abuso sessuale, tra i più odiosi e infami, ma anche abuso inteso come violento impedimento alla esplicazione della propria identità e missione di vita. Bisogna imparare a riconoscere la vera natura delle cose e delle persone, per dare il massimo di sé proteggendo al contempo la propria vita e la propria dignità. Vogliamo riflettere su cosa significa preservare il nostro incanto, senza prestare il fianco a chi non compie questo stesso percorso di vita.

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