Una lampa al teatro Serra: un’invettiva per chiedere salvezza
Una lampa rappresenta il rogo catartico che Roberto Azzurro, nel suo omonimo spettacolo andato in scena al Teatro Serra, pensa possa eliminare l’incuria e il degrado che attanagliano la città delle Sirene. Una Sirena morente e decomposta.
“Lo strumento dell’invettiva – racconta – è quello più adatto a esprimere i concetti che volevo evidenziare. Non solo l’invettiva orale; ma anche quella scritta: per aumentarne la solennità. Non a caso, io ho scelto di leggere l’opera. L’invettiva è uno strumento che esprime rabbia e amore. Un amore deluso, che è verbalmente violento, pieno di dissenso, di rimprovero, di rivendicazione, di critica, di intensità e di pathos verso persone e istituzioni. I Napoletani utilizzano sempre l’invettiva, anche per esprimere un sentimento positivo. Inveiscono anche verso i fenomeni atmosferici. Finanche verso le potenze ultraterrene. La mia invettiva non è quella di chi ha scelto di andarsene al Nord e pontifica dall’alto, ma il modus operandi di chi è rimasto e osserva e vive le cose dall’interno“.
Sin da quando era bambino, secondo il racconto dell’autore, la narrativa sulla Napoli descritta come la città più bella del mondo non lo ha mai convinto.
“Quando tutti ribadiscono lo stesso concetto – ribadisce – per me c’è qualcosa di anomalo, una nota stonata. Ho ho lo spirito di contraddizione e ho sempre detestato l’omologazione. Anche nell’arte il ruolo di Napoli viene sovrastimato dai suoi abitanti. Intendiamoci: gli artisti partenopei sono eccelsi e questo è universalmente riconosciuto. Ma è necessario relativizzare. Non tutto nasce, si crea e finisce a Napoli. È cone se venisse utilizzato un binocolo messo al contrario per osservare le cose. Napoli non è la città più bella del mondo, ma è unica, perché accadono episodi singolari, compresi quelli negativi e disfunzionali per i suoi stessi abitanti“.
Ciò non vuol dire come ribadisce l’autore e attore, che non sia una città che lui ama e che non gli sia mancata nel momento in cui se ne è allontanato.
“Mi manca il mare – evidenzia -. Un elemento che da sempre per i Napoletani costituisce un luogo da cui può arrivare la salvezza. Si aspetta qualcuno di salvifico che arrivi dal mare. Il Napoletano possiede in sé un intrinseco elemento di speranza. Non si arrende; non abdica alla speranza, nonostante la città sia preda del degrado che, paradossalmente, spesso non ci permette di fruire, in serenità e sentendoci davvero al sicuro, di ciò che amiamo“.
Un’incuria che nasce dal fatto che semplicemente, come ribadisce, è più facile e meno dispendioso, a livello di energia mentale profusa, fare del male che scegliere il bene costruttivo.
“Il bene – dice – costa fatica e impegno. È impegnativo“.
Un’invettiva pregna di un amore palpitante che non scade mai nel disinteresse e nella rassegnazione. Un testo recitato con perizia e con un ritmo a perdifiato. Una cifra stilistica caratteristica affidata precipuamente al corpo.
“Non credo al teatro solo di parola – racconta -. Mi affido in prima battuta all’espressività corporea. D’altronde anche la voce, viatico della parola, nasce dal corpo“.
Un ritmo alleggerito dai cosiddetti canticchi, che creano una sospensione e uno slittamento del piano narrativo.
“Sono momenti ritmici – spiega – Pensieri che si sovrappongono, in cui la memoria prende il sopravvento e ci porta a rallentare“.
Attraverso un alternanza di stili – aulici e popolari, per rappresentare ogni aspetto della realtà e svariate coloriture emotive – Roberto Azzurro riconsegna al teatro il suo ruolo più importante: quello di generare una catarsi.
“Il teatro ha il suo nucleo fondante nell’immedesimazione – dice -. Diventando altro da sé si attraversano anche esperienze abominevoli. L’immedesimazione ci fa rendere conto che un’esperienza non finisce nel momento puntuale in cui la si consuma, ma che ha conseguenze a lungo termine. Questa consapevolezza può farci desistere dal compiere davvero quell’azione, perchè ne svela l’abominio agli altri e a noi stessi, in tutta la sua crudezza e crudeltà“.
Il teatro Serra, diretto da Pietro Tammaro e Mauro Palumbo, promette una rinnovata stagione all’insegna dell’autentico coraggio e dell’impegno civile.
Ph. Simona Pasquale





