Donne e democrazia: a loro l’associazione Aerma Polani dedica una mostra
Donne con mani operose e instancabili che pregano, che soreggono, che consolano, che curano. Dita veloci che riparano e che reggono le trame di un’economia quotidiana silenziosa. Mattoni solidi e insostituibili dell’impalcatura della storia della Repubblica. Fondamento identitario e strutturale – mai residuale – della democrazia italiana.
Sono dedicati a questi volti e a queste mani i ritratti in analogico di Gabriele Colafranceschi, con la curatela di Rosanna Menduni De Rossi e le videointerviste alle testimoni della storia d’Italia al centro dell’esposizione promossa dall’associazione Aerma Polani APS, presieduta da Stefania Cascone, allestita nelle Antisale dei Baroni di Napoli, visitabile fino a domenica 25 ottobre.
Il progetto espositivo e multimediale si intitola “80 Repubblica: Memorie di donne fotografie e racconti di ottant’anni di democrazia“.
Donne fedeli alla famiglia, a Dio e a un legittimo anelito alla libertà e alla difesa dei diritti.
Un’esposizione che valorizza il contributo storico e sociale delle donne che hanno vissuto i primi decenni dell’Italia democratica. Ricordi intimi ed esperienze private diventano così un patrimonio storico condivisibile. Le protagoniste degli scatti e delle testimonianze video sono donne ultraottantenni campane che hanno vissuto in prima persona i passaggi fondativi e le trasformazioni sociali della Repubblica. Donne impegnate nella vita politica e associativa, donne dedite alla famiglia, al lavoro, all’educazione e alla vita religiosa: esperienze diverse che raccontano, insieme, la storia quotidiana della Repubblica.
Le donne di ieri dialogano idealmente con quelle di oggi, attraverso lo spazio e il tempo, in cui ancora permangono dolorosamente fenomeni come il il gender gap, il gender pay, il child penalty, il doppio lavoro sovrapposto, il soffitto di cristallo, l’effetto Matilda, il partime forzato.
Un tempo attuale in cui le donne, soprattutto nelle professioni considerate appannaggio maschile, spesso non vengono viste e riconosciute, anche se il loro contributo è fondamentale.
Alle donne di ieri – e idealmene anche a quelle di oggi – la mostra intende ridare quella voce a loro dovuta di cui parla Pedro Salinas e anche una presenza visiva di fronte all’invisibilità del loro operato troppo spesso misconosciuto e reso “invisibile”.
Ora passiamo la parola a Stefania Cascone, presidente dell’associazione Aerma Polani, APS, anagramma di Amare Napoli.
D. La mostra dà e ridà voce alle donne e al loro ruolo fondativo. Ci parli di questa scelta?
R. La scelta nasce dalla consapevolezza che il contributo delle donne alla Repubblica non è soltanto emotivo o legato alla cura: è un patrimonio strutturale, necessario, fondativo. Così come senza le donne non può esistere la vita, allo stesso modo senza il loro contributo non può esistere una Repubblica equilibrata, capace di rispondere alla complessità del vivere civile.
Le donne della Repubblica hanno portato nella democrazia la parte più umana, quella che riconosce i bisogni reali delle persone e delle famiglie. Sono loro, che conoscono la quotidianità e le sue fragilità, ad aver dato voce a ciò che spesso manca nella dimensione istituzionale: la concretezza dei bisogni, la misura del vivere, la capacità di tenere insieme cura e giustizia.
Ridare voce alle donne significa riconoscere che la Repubblica è stata costruita anche grazie a questa competenza silenziosa, quotidiana, essenziale. La mostra vuole riportare al centro proprio questo ruolo: non accessorio, non complementare, ma fondativo.
D. Mani che lavorano e che pregano in un grande riconoscimento di un ruolo che è sfondo e radice. Quale?
R. Il ruolo evocato dalle mani delle donne è innanzitutto quello della cura: mani che sostengono, che conducono per mano i più piccoli, che proteggono e accompagnano. Ma sono anche mani che correggono, che riparano, che aggiustano ciò che è rotto. Mani che rammendano, che prolungano la vita degli oggetti, che fanno economia silenziosa e quotidiana. Mani che intervengono nei conflitti, che “mettono una pezza” quando serve, che trovano soluzioni dove altri vedono solo problemi.
Sono gesti invisibili, spesso dati per scontati, ma che hanno sorretto la Repubblica fin dai suoi primi passi. Perché la Repubblica non si regge solo sulle grandi decisioni politiche: si regge anche su queste mani che hanno garantito continuità, equilibrio, riparazione, resilienza.
Le mani delle donne sono radice perché rappresentano il primo contatto di ogni essere umano: le prime carezze, talvolta i primi rimproveri, comunque la prima forma di relazione. Tutti noi ricordiamo le mani delle nostre madri. In quelle mani c’è la memoria più antica, quella che ci lega alla vita e alla comunità.
Riconoscere questo ruolo significa riconoscere che la Repubblica è stata costruita anche da queste mani: silenziose, quotidiane, essenziali.
D. Affresco e racconto collettivo. La forza delle immagini che mostrano e della voce che racconta la propria versione dei fatti. Come si intrecciano queste due dimensioni?
R. Affresco e fotografia analogica ai sali d’argento diventano, insieme, la metafora del racconto collettivo. Sono due tecniche che provengono dal passato più lontano della storia delle immagini: l’affresco, che deposita il pigmento nell’intonaco fresco e lo rende memoria materiale; la fotografia analogica, che attraverso la reazione dei sali d’argento imprime la luce sulla carta e la trasforma in traccia fisica.
Entrambe nascono da un gesto antico: fissare ciò che accade, tramandarlo, consegnarlo alla comunità. L’affresco mostra la scena collettiva, la dimensione condivisa; la fotografia analogica restituisce la verità dei volti e delle storie individuali. L’immagine diventa così un luogo di memoria, mentre la voce delle donne porta la propria versione dei fatti, quella che non è stata registrata nei documenti ufficiali ma che ha attraversato la vita quotidiana.
Insieme, immagine e voce costruiscono un racconto che non è più solo visivo né solo orale: è una memoria comune, dove ciò che si vede e ciò che si ascolta si intrecciano per restituire la complessità della storia. Due tecniche antiche che tornano a parlare al presente, per ricordarci che la collettività si costruisce sempre a partire dalle storie di chi l’ha vissuta.
R. La testimonianza di queste “microstorie” ci mostra che la “macrostoria” non può ignorare le vite delle persone. Non può raccontarsi da sola, né può prescindere dai bisogni, dalle esigenze e dai sogni che vengono dal basso. Quando la storia “alta” non ascolta la storia quotidiana, il risultato è il tradimento della democrazia: un tradimento che il nostro passato ha già conosciuto, e che ha portato ai suoi momenti più bui.
Ogni volta che il macrocosmo della politica e delle decisioni non dialoga con il microcosmo umano delle vite, si crea una frattura profonda. Una distanza tra le facciate altisonanti e sontuose dei palazzi in cui si decide il corso della storia e le loro fondamenta, fatte di persone, famiglie, fragilità, bisogni reali. Quando questa frattura si apre, il rischio è l’inevitabile crollo di ciò che dovrebbe essere un bene comune: gli spazi del vivere umano, civile ed etico.
Le testimonianze di vita di queste donne, pur nella loro brevità documentaria, dimostrano che la democrazia non può esistere senza questa connessione. Sono loro a ricordarci che la storia grande deve continuamente misurarsi con la vita quotidiana, perché è lì che la democrazia prende forma, si sostiene, si corregge e si rinnova.
La democrazia non è mai stata solo un progetto istituzionale, ma un organismo vivo, sostenuto da mani che hanno lavorato, pregato, rammendato, educato, protetto.
È in questo intreccio che la Repubblica trova la sua verità più profonda: una storia grande che esiste solo perché è stata sorretta da tante storie piccole, silenziose, ma decisive.












