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E.GO., Extreme Game Over: ma la morte che cos’è? Al Sannazaro la risposta con Balducci

Dopo anni e anni di sedute psicologiche, e di counseling, nonchè di libri letti per capire il senso della vita e, specularmente,  quello della morte – attraverso scritti come Il libro dei morti; La vita oltre la vita o Molte vite un solo amore –  arriva lo spettacolo E.G.O. Extreme Game Over, scritto da Riccardo Pechini e da Mariano Lamberti – che ne firma anche la regia – interpretato da Lorenzo Balducci.
Vero, dirompente e dissacrante questo spettacolo, prodotto da Arteteca, chiude un’ideale trilogia e ha dato origine, al teatro Sannazaro dal 22 al 24 marzo scorsi, a un’esperienza indimenticabile.

In maniera molto semplice, immediata e dirompente riesce a farci arrivare dritta al cervello e al cuore la consapevolezza che la  paura della morte – il più grande tabù che ha attraversato illeso i millenni, oggetto di vari tentativi di rimozione – sia legata a quella atavica di amare e ci svela i perchè di questo intreccio.
Letteralmente un giro sulle montagne russe del sarcasmo e della presa in giro dei miti e dei riti contemporanei, attraverso una serie di alterne riflessioni che si accendono e si spengono come le lucine di un semaforo: l’ossessione di sembrare più giovani attraverso vari accorgimenti, chirurgici o pseudocosmetici per rendere la pelle turgida, tonica e luminosa; il tentativo egoriferito dei grandi colossi economici e tecnologici di non farsi dimenticare attraverso imprese eccentriche o titaniche.
Tutto prende il via da quella ferita originaria, creata dalla paura dell’abbandono che ci fa boicottare ogni relazione, dove si potrebbe sviluppare un’autentica intimitá, per cristallizzarci in un eterno presente, dove in fondo non invecchieremo mai e dove la girandola di situazioni simili, con volti e corpi diversi, proseguirà all’infinito.
Ci mette davanti a quel terrore furioso di mostrare le nostre ferite sanguinanti e le nostre imperfezioni, che ci fa finire dritti nelle fauci di rapporti distruttivi.
Utilizzando diversi registri stilistici, dal politicamente scorretto all’ironia graffiante, tipici della stand up comedy, fino a una meditazione profonda, per poi rimbalzare come una molla, attraversato da una vera e propria scarica di energia adrenalinica – un tarantismo o tarantolismo, come l’avrebbe definito l’antropologo Ernesto De Martino – Balducci tiene il pubblico avvinto per oltre un’ora.
A colpire maggiormente è il connubio e la sintonia perfetti tra questo monologo, che sa farsi dialogo con il pubblico, e l’interpretazione e la personalizzazione veramente intensa incarnata da Balducci, che ha saputo rispecchiarsi e riconoscersi in una storia che è unica, appartenendo a singoli individui, ma che pure si riflette e si moltiplica nelle esperienze di molteplici persone, che costituiscono il pubblico.
Il tentativo è quello di curare quella ferita infetta, andandola a ripulire nonostante il dolore suscitato.
Per farlo, bisogna avere l’ardire di scavarci dentro, per poi condividere il risultato con gli altri, naufraghi abbarbicati alla medesima zattera, in balia di emozioni contrastanti.
Una prova di grandissimo coraggio, compiuta con parole non arzigogolate, che sono tali perché vengono dall’anima, così come le lacrime che scorrono di fronte a un ricordo doloroso.
Io credo che ci sia un grande merito nello scartavetrarsi l’anima – prendo a prestito questa definizione tratta da L’arte di essere nessuno di Federica Pace – per fare davvero i conti con una ferita frutto di un dolore inaspettato, feroce e primigenio.
La mimica, la fisicità, gli arguti ammiccamenti e il ricorso alla voce in falsetto, modulata ad arte, di Balducci richiamano il Jim Carrey prima maniera, ma anche l’eloquio tipico di alcuni  personaggi dei cartoni animati e di film e talk show che, con esiti differenti, ruotano attorno agli argomenti chiave.
Un patchwork di grande impatto, sottolineato ed enfatizzato dalle musiche di Andrea Albanese e dal disegno luci di Emilio Barone.

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