Game of States: vento di guerra ed Hard Power

di Daniele Naddei 

Dalla Russia all’Europa, dal Medioriente all’America, si allarga la strategia del potere

Non è un gioco ma, in un certo senso, è come se lo fosse. Ognuno ha davanti a sé le proprie pedine, lo scacchiere ha la forma del mondo, ed a qualsiasi azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Non è facile muovere le proprie pedine, perché il gioco è pericoloso e la posta in gioco altissima.Comincia tutto formalmente nel 2012, dopo lo scoppio della guerra civile in Siria, ma in realtà il calderone era già stato abbondantemente agitato dal primo grande conflitto del 1990, la prima Guerra del Golfo. Il presidente siriano Assad era una delle pedine fondamentali del gioco di potere in Medioriente. La sua presenza era ben vista a Mosca e già nel 2000, dopo il suo insediamento al potere, sembrava avere chiare idee filorusse. Quando nel 2011 il Presidente siriano inizia a perdere il consenso delle masse, a causa del suo appoggio velato all’azione militare francese ed inglese in Libia, la situazione inizia ad acquisire contorni tragici. Nel 2012 lo scoppio della guerra civile in Siria, a seguito della smilitarizzazione in Iraq da parte delle coalizioni Onu, vede sorgere di una drammatica situazione in una zona nevralgica del mondo.

La questione è più semplice di quel che si crede: siamo in guerra ufficialmente dal 2012 ma l’Europa se ne accorge soltanto oggi, all’indomani degli attentati a Parigi. Lo sconsiderato utilizzo di una politica di Hard Power da parte dei paesi occidentali non ha fatto altro che rafforzare nel tempo l’idea che la coercizione di quei popoli sia quasi naturale.

Come può essere considerata cosa giusta una rappresaglia che prevede di bombardare città e villaggi falcidiando le popolazioni locali? Gli errori veri, quelli di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, sono stati commessi dalle coalizioni occidentali Onu che dopo la guerra in Iraq non hanno saputo gestire la situazione. Dopo il 1945, cioè quando praticamente gli inglesi avevano spinto gli ebrei verso Isreale permettendo la creazione un potentissimo stato satellite, l’area si era fortemente destabilizzata. L’Europa era scesa in primo piano negli affari del Medioriente, perché il fiorente mercato del petrolio, delle armi e delle spezie attirava l’Europa. Sul piano internazionale l’errore fu madornale: ad una politca di Hard Power (cioè di intervento coercitivo armato) non era seguita una gestione territoriale degna. Gli europei e gli americani erano convinti di realizzare in Medioriente lo stesso disegno che aveva portato in ginocchio l’Africa dopo il colonialismo sfrenato dell’età moderna (1500-1900, nda). Eppure i tempi sono cambiati ed ora c’è l’Isis.
I terroristi, finanziati ed addestrati dalla Cia, erano il mezzo perfetto per sovvertire il regno di Gheddafi. Il dittatore che aveva un proprio disegno: uscire dall’egida europea e moscovita, cercare una via per l’indipendenza politica del suo popolo. Americani e Russi, ovviamente, non potevano permetterlo e per questo motivo si mossero prima gli Usa (perché quando si è in guerra fredda chi si muove prima si accaparra lo stato satellite) e la Francia con essi, convinti di poter avere un ruolo decisionale di primo piano sulla loro ex-colonia, armarono l’Isis. Doveva essere soltanto una scintilla nella storia, ed invece dopo aver conquistato l’Iraq, ed aver avuto accesso alle risorse che gli americani avevano ancora lasciato nell’Iraq orientale, furono in grado di fondare uno Stato vero e proprio.

In questo contesto la religione serve soltanto per attrarre le masse. Insieme al denaro sono mezzi potentissimi, ed i giovani esasperati per le condizioni di povertà non ci pensano nemmeno due volte. Chi indica questa come una guerra di religione, attribuendole un valore di primo piano, sbaglia. E’ un processo naturale che ci saremmo dovuti aspettare già da tempo: gli arabi che rivendicano la loro indipendenza, che vogliono cacciare gli occidentali invasori dal loro territorio, che vogliono essere liberi. L’Isis però ha varcato ogni confine di buon senso, e noi siamo da questa parte, quindi non c’è altra soluzione se non distruggerli definitivamente. 

Questa volta però, dopo aver vinto la guerra, si dovranno fare calcoli diversi e cercare approcci diversi. Non ha senso radere al suolo una città e lasciarla così: tra le macerie e nella povertà assoluta, com’è accaduto in Libia. Bisogna che lo Stato israeliano (che ho poco citato per questioni di spazio) smetta di intervenire militarmente e offra invece integrazione ed aiuto ai popoli che sono la intorno. Occorre stavolta che l’Occidente porti la propria idea di civiltà, che vi sia uno scambio, che ci si insegni qualcosa, non che si portino altri cannoni. A farne le spese potrebbe essere, ancora una volta, l’Occidente stesso e l’Europa.

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