“Io penso che”, la mostra social del nuovo modo di comunicare arte…

“Io penso che” è un progetto fotografico, che ha trovato libero “sfogo” sui social network. Nasce circa un anno fa da un’idea dell’architetto e fotografo per passione, Emilio Porcaro. L’iniziativa consiste nel farsi fotografare esponendo il proprio “io penso che”, scritto su un cartello. Numerose sono state e sono le collaborazioni. Solo per citarne alcune: Comune di Napoli, ente della cassa risparmio di Firenze “Siamo solidali”, LessOnlus, Teatro Bellini di Napoli, Nuovo Teatro Sanità, UnPopoloInCammino ecc… Tanti anche i collaboratori che partecipano alla realizzazione stessa del progetto. A Napoli, Mario Falco, Guglielmo Verrienti, Federica Cilento, Linda Russomanno; a Palermo, Marco Rinaldi; a Roma, Anna Rita Cattolico; a Firenze, Eleonora Litta, Fabrizio Colucci; a Milano, Alberto Sicoli; a Torino, Ivana Bondarchuk.
Abbiamo intervistato Emilio Porcato, ideatore dell’iniziativa, per capire meglio di cosa si tratta.

  1. 13241513_10208990869270142_852165788_oIl progetto “Io penso che” cosa rappresenta?

    L’idea è nata dalla consapevolezza, che oggi le persone utilizzano i social come una sorta di prima esperienza conoscitiva. Non ripudio questi “nuovi” mezzi di comunicazione, ma penso che in alcune situazione siano da considerarsi una fase successiva. Ad esempio nei rapporti umani, dovrebbe svilupparsi prima una conoscenza diretta, di persona e poi ampliare il rapporto coi social che potrebbe essere un aiuto per mantenere i rapporti con chi è distante.

  2. Quando è nato il progetto?

    In una fase della mia vita, in cui ho notato una certa falsità da parte delle persone nel mostrarsi tramite i social. Ho preso coscienza di voler realizzare questo progetto affinché le persone comunicassero qualcosa, aprendosi agli altri, essendo più veri.

  3. Quindi come funziona?

    Si tratta di un pensiero, una semplice frase, che può essere letta anche come uno spot, scritta su dei cartelli. Lo scopo è comunicare qualcosa che realmente si sente. Qualcosa che non deve essere fatto per prendere like.

  4. Un progetto che si sta allargando a macchia d’olio…

    Sì, si sta allargando in tutta Italia, oltre a Napoli c’è Roma, Palermo, Milano, Torino ecc…

  5. Da quanto tempo sta andando avanti “Io penso che”?

    A gennaio di quest’anno, il progetto ha raggiunto un anno di vita. Ci tengo a dire che è un’iniziativa no profit, ma è un vero e proprio esperimento sociale

  6. Chi può partecipare al progetto?

    Tutti. Oltre alle persone che conosco, abbiamo richieste anche da chi non ho mai visto prima. Magari mi 13211134_10208990875950309_528834447_ocontattano dopo aver individuato il format dai social o tramite delle associazioni con cui collaboriamo. O ancora, mi ritrovo, a fare una passeggiata e fermare persone sconosciute per strada. Con loro cerco di far scattare un rapporto di collaborazione, mi impegno per far comprendere il senso di quello che sto facendo. Se riesco a fotografarle, vuol dire che ci sono riuscito. La linea iniziale era proprio questa, cioè scattare le foto a persone sconosciute.

  7. Qual è il messaggio a cui si vuol dare voce?

    Sono diversi, dall’immigrazione alla solidarietà ecc… Collaboriamo con molte associazioni e le tematiche più hanno un fine sociale, più sono ben disposto nel realizzare le foto. Ma se qualcuno vuole partecipare non glielo neghiamo, perché il pensiero è libero…

  8. Qual è la cosa che ti piace di più di questo progetto?

    Metterci la faccia, sia da parte mia che da parte chi partecipa. Mi piace la disponibilità soprattutto di chi non conosco nell’ascoltare e nel porsi nel modo giusto per tentare di comprendere quello che stiamo realizzando. È una forma di crescita soprattutto per me, tentare un approccio con una persona che non si conosce. La prima cosa che si pensa dall’altra parte è “mi vorrà chiedere soldi”, ed invece no.

  9. Quando ti avvicini a persone a te sconosciute, cosa ti dicono?

    Tante cose, ma quella più bella è stata quando mi hanno detto “ parlo con te che non ti conosco di cose mie privare, perché mi ispiri fiducia”. Ad essere sincero questa per me è una grande soddisfazione. Forse è la parte che preferisco di tutta quest’iniziativa.

  10. Quel è il pensiero formulato per “Io penso che”, che più degli altri ti ha colpito?

    13230897_10208990876190315_1137044875_oC’è bisogno di bellezza!” detta da Raffaele Bruno di DelirioCreativo. È una frase che mi ha molto colpito perché richiama alla mente il passato, quando si pensava che attraverso la bellezza si potesse cambiare qualcosa. La bellezza, se ci pensi, è in qualsiasi cosa, nella cultura, in una forma d’arte ecc… è una frase che incita alla sensibilizzazione al senso del bello, una strada per discostarsi dall’imbarbarimento che c’è oggigiorno.

  11. Emilio e tu hai fatto un cartello con su scritto il tuo “Io penso che”?

    Sì, l’ho fatto. “ Io penso che bisogna capire per che cosa vale la pena attendere!” . Ci credo fermamente. Bisogna avere la pazienza di capire qual è la direzione da prendere. È quello che ho fatto e continuo a fare e spero di aver trovato la strada giusta

  12. Come mai un architetto ha dato il via a questo nuovo modo di comunicare?

    La fotografia è una cosa che amo molto e l’ho sempre fatta. Sono quasi dieci anni che lo faccio per passione e sta diventando anche una sorta di seconda professione. I cartelli nascono dalla voglia di comunicare rapidamente. La foto è come se fosse una sorta di lettura triplice, se noti i cartelli restano a colori e la persona è in bianco e nero, questo perché l’attenzione di chi la guarda deve cadere principalmente sulla frase. La persona è in bianco e nero, perché è una presenza secondaria, serve per far capire chi ha scritto quel pensiero.

  13. Perché postare queste immagini sui social?

    I social servono a dare all’immagine una lettura positiva. Vorrei che la gente comprendesse che usare facebook non vuol dire solo mettersi in vetrina. Trovo che i social siano un mezzo umile di comunicazione. Rapidi e alla portata di tutti, sono capaci di raggiungere tutto il mondo, insomma perfetti per ciò che avevo in mente.

  14. Il progetto “Io penso che” potrebbe essere definita una mostra social, cioè una mostra che viene esposta sui social network?

    Sì, volendo sì. Non avevo mai riflettuto su questa cosa, ma hai ragione potrebbe essere una nuova forma di fare arte ai tempi dei social network, quindi possiamo definirla una mostra social!Anche se sono modesto sotto questo punto di vista e non mi definisco un’artista, però magari quello che facciamo col progetto “Io penso che” è una forma d’arte…

  15. Se mi permetti, l’artista è fatto dalle opere, quindi essendo le tue opere artistiche di rimando tu sei un artista.

    È una bella visione, farò fare anche a te un “io penso che” a questo punto…

  16. Oltre a questo di cui stiamo parlando, hai altri progetti in cantiere?

    Questo progetto credo lo porterò avanti fino a quando non mi annoierò. Ci sono tante persone che ci hanno 13230679_10208990875750304_1978891444_oscritto sulla pagina facebook per ringraziarci di questo nuovo modo di fare comunicazione. Leggere i loro commenti positivi mi fa piacere. Altri progetti in cantiere? Sì, ho fatto altre mostre sempre su tematiche sociali. Appena riuscirò a ritagliare un po’ di tempo, vorrei realizzare una mostra sui non vedenti.

  17. Io penso che” potrebbe diventare un libro?

    Sì, perché no. Sarebbe bello dare anche un senso di definito a questo progetto, di dare alla gente qualcosa che si possa toccare, rispetto a quello che stiamo facendo in maniera telematica.

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