HOMEMUSICA

Fabio Cicala e la sua musica frutto di un intenso viaggio umano, spirituale ed esistenziale

Fabio Cicala con quest’intervista dichiude le porte del suo universo di senso e di significato: dal suo percorso di studi fino al lavoro discografico attuale Rude  Awakening.

Avvincente e intenso il racconto del suo percorso umano e professionale, che si intreccia ad alcune considerazioni sul ruolo e sulla valorizzazione del “mestiere” del cantautore.

Sulla possibilità di diffondere il proprio lavoro, di farlo conoscere, con le proprie peculiari sonorità, attraverso i social e gli strumenti tecnologici, per intercettare in prima battuta le reazioni del pubblico.

Su questioni di equità sociale, legate a una retribuzione giusta ed etica del lavoro artistico, nelle sue multiformi espressioni, che consenta di raggiungere una solida indipendenza economica. In relazione a questo aspetto, Cicala sembra richiamare il pensiero di Wharol che sosteneva con forza – ed è poi riuscito ad agire il suo credo – che con l’arte bisogna poter vivere e raggiungere una piena tranquillità economica.

La sua evoluzione prende le mosse da un’esperienza Erasmus nel Regno Unito, dove, alle arti visive e alle discipline dello spettacolo associa un percorso che gli consente di apprendere i primi rudimenti di qualche tecnica attoriale e di produzione vocale. A completare il tutto, un’atavica passione per il mondo del fumetto, degli anime, dei manga e dei cartoni animati.


Tornerà a Londra, in seguito, da emigrante e comincerà a lavorare in un bar come barista e cameriere. Nella città anglosassone, avrà modo di comprare la sua prima chitarra usata, con la quale comincerà a suonare in un ristorante, raccogliendo sempre più consensi e apprezzamenti da parte del pubblico e arricchendo il suo repertorio, fino ad arrivare a comporre i suoi primi testi originali.


Approderà, poi, con la sua chitarra, prima per strada e poi nelle feste private e ristoranti, acquisendo via via – da freelance – una sempre  maggiore autonomia economica.


Nel frattempo, il suo percorso da emigrante lo fa entrare in contatto con usi, costumi, tradizioni, ma anche con uno stile di vita, differenti. Comincia ad attenuarsi lo shock culturale.

Si muove verso un sincretismo tra la sua cultura napoletana e quella anglosassone, riconoscendo in Londra e in Napoli una comune matrice di etereogeneità e mistione multietnica e multiculturale.Tra l’altro, si rende conto che, rispetto al passato,  oggi non c’è più quel processo di frattura, di speciazione, cioè di separazione, come la chiama Igor Sibaldi, mutuando questo termine dalla biologia, tra l’Italiano che resta in patria e l’Italiano che emigra, recidendo le sue radici culturali, ma c’è una reversibilità, una permeabilità, del processo di mobilità, che permette di attuare una sorta di confronto continuo, anche attraverso un contatto e uno scambio comunicativo costante, reso possibile dalle tecnologie e dai social.

Alla fine lui “genera” il suo lavoro discografico da cantautore, attraverso step successivi, che gli permettono di incontrare la musica minimale, con una struttura molto semplice, la musica esoterica e mistica con la loro fascinazione, i ritmi caldi mediterranei, passando per il pop e il flamenco, l’avvolgente musicalità dei ritmi francesi, il rock psichelico e lisergico degli anni ’70, le suggestioni del jazz e della musica classica. Di rimanere fedele alle sonorità partenopee, miscelandole con quelle indiane e orientali.

Nei suoi brani originali trasfonde tutte le energie e le suggestioni sonore raccolte nel corso del suo viaggio esistenziale – in un incessante percorso di ricerca filosofica e spirituale – e le mette insieme. Lo compone ricorrendo alle tecniche dell’arte visiva: immagina di tradurre in musica i colori e vere e proprie sequenze sceniche.


Di seguito, l’intervista approfondita con lui che parla delle sue risonanze musicali e interiori. 

D. Quali sono i generi specifici che si miscelano?


R. Il progetto Rude Awakening comprende brani con diverse influenze musicali. C’è una buona parte della mia esperienza come musicista in Regno Unito, durante i miei primi anni da emigrante. Il singolo di esordio, è ispirato alle sonorità indiane che si amalgamano con quelle occidentali, e si sviluppa su una struttura musicale semplice, che attinge tra l’altro, agli esperimenti e alle innovazioni della musica classica francese, a cavallo tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento. La varieta’ di generi ed influenze presenti negli altri brani, include il jazz, la musica classica, la musica minimale, le sonorità mediterranee, il flamenco, il pop, e il rock psichedelico degli anni ‘70. Infine, ci sono influenze derivanti dalla musica esoterica e mistica.

D. Quali autori?

R. Gli autori da cui ho attinto per dar vita a questo caleidoscopio di suoni sono tanti. Per esempio per il singolo presentato in questo momento, mi sono ispirato soprattutto ad Erik Satie, i Mahavisnu Orchestra e Steve Vai. In altri brani sono presenti le sonorita’ lisergiche dei Pink Floyd, o il modo di sviluppare melodie costruite sulle scale diminuite caro a Yngwie Malmsteen. Ci sono riflessi della musica di George Michael, qualche dissonanza ispirata a Pat Martino, e diverse evoluzioni del tessuto musicale, che attingono dalle progressioni degli accordi ricche di sfumature di Joe Pass. In alcuni brani c’è un richiamo alla solarità delle melodie mediterranee, come nella musica di Pino Daniele. E’ presente l’influenza della ricerca mistica, filosofica e spirituale di Franco Battiato, Gustav Mahler e Sun Ra. Infine, mi sono lasciato ispirare dall’opulenza sincretica e visionaria delle composizioni di Vangelis.

D. In che senso si tratta di sonorità ipnotiche e minimali?


R. Sono sonorità ipnotiche perche’ chi ascolta questa musica, viene proiettato in uno spazio atemporale, dove l’immaginazione, ha la possibilità di spaziare, grazie a un tessuto armonico ripetuto a volte fino all’ossessione. Tale ripetitività però è costruita con melodie al tempo stesso eteree e rarefatte, che nella maggior parte dei casi, non stancano o molestano l’udito e la mente di chi ascolta, ma lo aiutano a meditare, inducendolo in una sorta di ipnosi. Sono sonorità minimali, perchè uso una struttura semplice, che tra l’altro, ne facilita la fluidità. Questo tipo di musica, puo’ essere ascoltato con le cuffie, mentre ci si concede qualche minuto per rilassarsi, oppure puo’ diventare il sottofondo che scandisce le attività della giornata.

D. Attraverso la tua musica si esprime l’identità di un popolo migrante. Come?

R. Questa musica nasce grazie al confronto tra il modo in cui ero abituato a vivere in Italia, e quello che invece caratterizza il Regno Unito. E’ scaturita dalle sfide che il nostro popolo sud europeo e mediterraneo, si trova a dover affrontare in un paese nordico, anche se di cultura occidentale, che vanno dalle differenze climatiche, a quelle relazionali, e in alcuni casi anche di valori. Inoltre, per quanto riguarda le nostre migrazioni in altri Paesi, sebbene le sfide da affrontare, e le motivazioni che ci portino a migrare possane essere diverse, la capacita’ di attingere dalla nostra atavica resilienza, nel fronteggiare gli ostacoli che si presentino davanti al nostro cammino ci unisce in quanto italiani. Devo aggiungere, pero’ ,che, una volta che si riesca a superare lo shock culturale iniziale, ci si accorge che oggi manca l’irreversibilità drammatica che caratterizzava le migrazioni dei nostri connazionali di alcuni decenni fa. Igor Sibaldi, per esempio, usa il termine “speciazione”, che in biologia indica la separazione di due popolazioni, che col tempo si differenzino in modo tale da ottenere due specie distinte, per parlare degli italiani che emigravano in America tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento. I nostri paesani dell’epoca, finivano con il rompere definitivamente i contatti con l’Italia, dimenticando la lingua madre, adattandosi a nuovi stili di vita e a nuovi valori, creando gli italo- americani, dando vita, secondo Sibaldi, all’ultima grande “speciazione” del popolo italiano.

D. In che modo le tue esperienze personali si sono riflesse nella musica che componi e suoni?

R. Il guardarmi intorno, e il guardarmi dentro, influenzano la mia creatività. Per quanto riguarda le prime composizioni, i temi della mia musica offrono una visione personale, di percezioni e di idee, che vanno dalla difficoltà iniziale nell’adattarmi al cambiamento dello stile di vita, il voler rimanere ancorato al modo a cui ero abituato, alla voglia di cogliere le sfide e le opportunita’, in modo da reinventarmi, sia come artista che come persona. Il fatto di provenire da un percorso di studi legato alle arti visive, mi fa comporre la musica come una sorta di trasposizione sonora di colori e sequenze sceniche. Il pendolare tra Napoli e Londra, due citta’ diverse, ma con caratteristiche architettoniche e una predisposizione alla multiculturalità simili, mi aiuta a mantenere una mente attenta nei confronti delle tendenze musicali e culturali piu’ variegate, che arricchisce le mie composizioni.

D. La musica ha costituito una via privilegiata di riscatto e di presa di consapevolezza, fino a giungere a una sorta di epifania. Ci racconti questo incontro salvifico?

R. Comprai la mia prima chitarra in Inghilterra in un negozio dell’usato. La tenevo a casa nella speranza di poter un giorno riprendere a suonare. Un giorno camminavo per la strada principale di Fleet, una città poco lontana da Londra, e vidi un’offerta di lavoro sulle vetrine di un ristorante italiano gestito da Turchi, “looking for a solo guitarist”, c’era scritto. Entrai e mi presentai al manager, che mi disse che cercavano un chitarrista che potesse suonare canzoni di vari generi arrangiate per sola chitarra acustica. Io avevo la chitarra classica, che comunque andava bene, così mi propose di tornare il sabato pomeriggio per potermi mettere alla prova con i clienti del ristorante. Man mano che aumentavano i clienti e le recensioni positive, aumentavano anche le mie serate, e nel giro di pochissimi mesi, passai dal suonare una a quattro serate alla settimana. Ero davvero felice di quest’esperienza e chiedevo ai clienti quale canzone avrebbero preferito la prossima volta, così il mio repertorio si allargava velocemente, e costruivo anche un rapporto di fiducia con loro. Cominciai a dedicarmi alla musica a tempo pieno, e divenni anche un’artista di strada nel centro di Londra! Oltre a suonare al ristorante e per strada, mi chiamavano anche per eventi e feste private. Inoltre, fin da quando cominciai a suonare al ristorante di Fleet, iniziai anche a scrivere qualche frammento qua e la di musica originale. La chitarra mi ha guidato verso avventure di ogni genere. Sono anche molto felice di essere diventato presto un’artista freelance, un lavoratore autonomo in grado di pagare le bollette e di sostenersi grazie alla musica, con grande trasparenza burocratica e fiscale. Non ho mai creduto alla narrativa che dice che gli artisti debbano fare la fame, che non abbiano un buon rapporto con il denaro.

D. Alla musica si affiancano altri strumenti e linguaggi nel tuo percorso di crescita e scoperta?


R. Il mio percorso di studi è stato nell’ambito delle arti visive e delle discipline dello spettacolo, prima al liceo artistico e poi all’Accademia di Belle Arti. Ho anche partecipato ad un Erasmus in Regno Unito, molti anni prima di emigrare, presso il Dartington College of Arts di Totnes, dove ho avuto modo di approcciare i rudimenti di qualche tecnica attoriale e produzione vocale, come l’Alexander Technique, la Bioenergetica, e il Metodo di Tadashi Suzuki. Ci sono diversi linguaggi e strumenti che mi affascinano e in cui mi cimento quando ne ho l’occasione, ovviamente con modalita’ e pretese diverse…. Devo confessare che fin da piccolo, ho sempre avuto anche una forte passione per fumetti, gli anime e i cartoni animati, e da ragazzo sognavo, tra le altre cose, di diventare un disegnatore.

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